Per Simone Feder i ragazzi che lo scorso fine settimana hanno saccheggiato i negozi del centro di Milano non cercavano la rivoluzione. Cercavano un posto. Feder è psicologo ed educatore, coordina l’Area Giovani e dipendenze della Casa del Giovane di Pavia ed è stato giudice onorario al Tribunale per i minorenni di Milano. Ha letto i due giorni di disordini (oltre duecento fermati, l’80 per cento minorenni) da un osservatorio che pochi hanno. C’è il bosco di Rogoredo, per anni la più grande piazza di spaccio della Lombardia, dove fa educativa di strada tra chi cerca una dose da cinque euro. E ci sono le comunità in cui arrivano i giovani per cui il resto è già crollato. Da lì vede «una sofferenza che sembra rompere gli argini». Il suo rimprovero va agli adulti prima ancora che ai ragazzi.
Entrare nel sistema, non abbatterlo
Non c’erano bandiere né portavoce. Erano adolescenti tra i tredici e i diciotto anni, chiamati da un passaparola sui social, sulla scia di proteste già viste a Parigi, Bruxelles e Berlino. Feder li legge così: «non volevano abbattere il sistema, volevano entrarci. Chi ha dato fuoco ai cestini e portato via merce dalle vetrine non cercava la rivoluzione, cercava un posto: essere riconosciuto, apparire, contare, in una società che misura le persone da ciò che possiedono. E se non si possiede, si prende. Molti saccheggi sono stati filmati con i telefonini: contare, oggi, passa anche da lì».
La scorciatoia della condanna
Comprendere non vuol dire giustificare. «La violenza va condannata e chi sbaglia risponde delle proprie azioni. Ma fermarsi alla condanna è la scorciatoia degli adulti: ci assolve in fretta, e ci dispensa dall’interrogarci sui modelli che proponiamo e sulle occasioni educative che non siamo stati capaci di offrire». Di diagnosi, osserva, ce ne sono fin troppe. Ci si blocca quando c’è da decidere che cosa fare, perché agire costa fatica e obbliga a lasciare i luoghi sicuri. Fermi e vertici sull’ordine pubblico sono strumenti dovuti. Arrivano però dopo, quando la vetrina è già a terra e un quindicenne ha davanti un’aula di tribunale.
Dove possono andare
La domanda di Feder è concreta: dove può un adolescente esprimersi, mettersi alla prova, anche sbagliare, senza ricevere subito un’etichetta? «Servono spazi di aggregazione, sport, cultura, educatori nei quartieri, occasioni vere di partecipazione: luoghi in cui la rabbia diventi parola e la protesta confronto. Le istituzioni non possono farsi vedere soltanto quando scoppia l’emergenza. I giovani non sono solo un problema di sicurezza: sono cittadini». Per lui la scelta tra sicurezza ed educazione non regge. Servono entrambe.
Il limite che gli adulti non reggono
Poi c’è un episodio minuscolo. Alcuni studenti avevano aderito a uno sciopero e dopo due ore volevano rientrare in classe. La dirigente scolastica ha rifiutato, e certi genitori l’hanno contestata con durezza. Feder si chiede «quale idea di responsabilità trasmettiamo se chiediamo alla scuola di educare e poi la delegittimiamo quando mette un limite? Educare vuol dire insegnare che ai diritti si accompagnano i doveri e che la libertà ha delle conseguenze. E gli insegnanti non possono essere lasciati soli proprio mentre fanno il loro mestiere». La domanda non riguarda solo Milano.
Meno cattedre, più strada
La formula è sua: servono «meno cattedre e più strada». Non si tratta di rinunciare allo studio, ma di metterlo al servizio dell’incontro. Feder cita il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, che viene dall’esperienza di prete di strada accanto ai giovani e ai tossicodipendenti: «Non basta vedere una persona, bisogna incontrarla. Non possiamo accorgerci dei ragazzi soltanto quando diventano un problema».
Feder ricorda anche che non esiste una sola gioventù. Alcuni ragazzi cercano riconoscimento nella paura e nel possesso. Altri protestano senza violenza, studiano, denunciano le disuguaglianze, fanno volontariato e scoprono di valere per ciò che sanno donare. Fanno meno rumore. Da loro si può ripartire, e da adulti disposti ad andare a cercare gli altri.
fonte: agenzie/famigliacristiana/catt.ch