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A San Gallo una mostra sulla vita claustrale e eremitica, ieri e oggi in Svizzera

di Barbara Ludwig (traduzione e adattamento redazionecatt)

Il 2 maggio San Gallo ha celebrato il 1100° anniversario della morte di santa Wiborada, la storica eremita e reclusa cittadina. L’anniversario è stato il punto di partenza per una mostra del Museo della Cultura di San Gallo intitolata «Ritirate ma aperte al mondo. Le monache oggi». Wiborada, definita la "custode della città", riveste un'importanza fondamentale per San Gallo. La mostra è visitabile fino al 4 ottobre 2026.

Nel 926 Wiborada, che viveva rinchiusa in una cella come reclusa volontaria, ebbe una visione in cui prevedeva l'invasione degli Ungari a San Gallo. Grazie al suo avvertimento, i monaci dell'abbazia riuscirono a mettere in salvo la loro biblioteca. Wiborada, invece, fu uccisa durante l'attacco. «Accanto a Otmaro e Gallo, Wiborada è la terza santa patrona di San Gallo ed è stata la prima donna al mondo a essere canonizzata», spiega, la curatrice della mostra, Monika Mähr.

Il cucchiaio di Wiborada e un tavolino in legno

La mostra presenta diversi oggetti legati alla reclusa, «prestiti eccezionali» che normalmente non sono mai visibili al pubblico. Tra questi figura il cucchiaio di Wiborada. A partire dal XVIII secolo veniva utilizzato, durante le celebrazioni commemorative della santa in un monastero femminile di San Gallo, per distribuire da una coppa d'argento il vino benedetto di Wiborada. Si riteneva che tale benedizione proteggesse dalle opere malefiche e dai demoni, rafforzando e illuminando i fedeli.

È esposto anche un piccolo tavolo di legno, basso, venerato in memoria di Wiborada. Pur non essendo stato utilizzato direttamente dalla santa, risale all'epoca della sua canonizzazione, avvenuta nel 1047, cioè 121 anni dopo la sua morte violenta.

A cosa rinunciare?

Il tavolino e uno sgabello sono collocati accanto a una ricostruzione della cella di Wiborada, aperta su tutti i lati, a differenza dell'originale. «I visitatori potranno percepire cosa significhi vivere in uno spazio così ridotto», spiega Monika Mähr.

«La ricostruzione vuole anche invitare a riflettere su ciò a cui ciascuno potrebbe rinunciare.» Così come fece Wiborada che, pur provenendo da una famiglia nobile, rinunciò agli abiti eleganti, ai banchetti e persino al cavallo come mezzo di trasporto.

Tra i prestiti del monastero di San Gallenberg (Glattburg) figura inoltre un reliquiario pettorale contenente frammenti della veste attribuita a Wiborada.

Da Wiborada ai giorni nostri

La mostra non si limita però alla figura della santa. «Eravamo curiose di sapere quali donne conducono ancora oggi una vita claustrale e eremitica», racconta la curatrice. Che si tratti di monache, eremite o di una «reclusa itinerante», la mostra crea quindi un ponte tra Wiborada e il presente lasciando parlare direttamente queste donne attraverso interviste.

Nello spazio espositivo sono distribuite sei postazioni dove, il pubblico può conoscere quattro religiose di monasteri della Svizzera orientale, un'eremita e una donna che ha scelto di rinchiudersi per una settimana in una ricostruzione della cella di Wiborada presso la chiesa di San Mangen a San Gallo.

Tra le religiose intervistate figura anche la cappuccina suor Scolastica Schwizer, nota ai media per la sua lunga battaglia volta a rimanere nel monastero di Wonnenstein. Quando fu intervistata dalla storica Judith Thoma del Museo della Cultura viveva ancora lì; nel frattempo ha lasciato il monastero.

La sorprendente apertura delle religiose

Cinque delle sei donne non si limitano a raccontarsi con la voce, ma appaiono anche in video, riprese nei rispettivi monasteri oppure nella ricostruzione della cella di Wiborada, dove Judith Thoma le ha incontrate.

La collaboratrice del museo racconta di essersi avvicinata alle religiose «con grande cautela», assicurando loro che non avrebbe posto domande indiscrete.

Le donne l'hanno però completamente sorpresa: si sono dimostrate estremamente aperte durante le conversazioni. «Mi sono resa conto che le monache sono sfacciate, spiritose e profondamente felici», afferma Judith Thoma con un grande sorriso.

Anche Monika Mähr è rimasta colpita dalla loro disponibilità. Inoltre ha osservato come la vita monastica sia cambiata rispetto al passato. Oggi anche le religiose hanno vacanze, possono frequentare l'università e le regole sull'abbigliamento sono più flessibili. «Suor Maria Rita, per esempio, indossa i pantaloni quando va a fare escursioni.»

«Autonome e aperte al mondo»

Secondo Monika Mähr, oggi le religiose sono «molto autonome» e, come santa Wiborada, «aperte al mondo». Anche vivendo reclusa, Wiborada ascoltava le persone e offriva loro consiglio e sostegno.

Judith Thoma aggiunge che molti monasteri dispongono oggi di una "finestra online per le richieste di aiuto", attraverso cui le persone possono condividere le proprie preoccupazioni. Ci si potrebbe chiedere perché sia ancora necessario, visto che oggi esistono psicologi e molti altri servizi di consulenza. Le monache le hanno risposto semplicemente: «Noi non giudichiamo.» Molte persone, comprese quelle che hanno lasciato la Chiesa o che soffrono di dipendenze, continuano infatti a rivolgersi ai monasteri.

Sull’esperienza di Santa Wiborada la nostra redazione ha proposto uno speciale radiofonico a Chiese in diretta. Qui hai la possibilità di ascoltare la puntata nella quale la collega Chiara Gerosa racconta la sua esperienza di vivere alcuni giorni nella cella di Wiborada a San Gallo

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