di Laura Quadri
«Come Diocesi di Sion abbiamo voluto essere presenti con dei momenti di preghiera pubblici, le S. Messe celebrate dal nostro vescovo, mons. Lovey, ma le iniziative si sono moltiplicate in fretta anche sul piano locale: marce e veglie silenziose, adorazioni continue. È stata particolarmente coinvolta anche la nostra Pastorale giovanile assieme alle cappellanie nelle scuole e nei collegi. Abbiamo voluto esserci, da subito, lì dove i giovani sono più presenti. Il Vallese è come una grande e sola città: i giovani si conoscono tutti tra di loro, e penso che al momento siano pochi quelli che non sono stati toccati dalla morte di una vittima». Un’unica «famiglia» toccata dal lutto: è questa l’immagine su cui insiste mons. Pierre-Yves Maillard, Vicario generale della Diocesi di Sion, che raggiungiamo in queste ore, nel pieno delle attività spirituali e di prossimità con le quali si cerca di accompagnare le persone sconvolte dal dolore per la tragedia accaduta a Crans-Montana. «Ho nella mente quei giovani che pochi istanti dopo la catastrofe, in silenzio, si sono recati sui luoghi della tragedia. È una presenza che va prolungata e la Chiesa è qui per fare in modo che questo accompagnamento continui», assicura Maillard.
Nelle scuole, accanto ai giovani
Su sollecitazione della Diocesi di Sion, e accanto alle indicazioni date dal Cantone per le scuole, si è subito pensato anche ai docenti di religione. Analogamente, nella Diocesi di Lugano, l’Ufficio dell’istruzione religiosa scolastica ha voluto convocare online i docenti di religione delle scuole e i catechisti per un momento di confronto. In Vallese, ad assumersi il compito in modo peculiare è, in questi giorni, Damien Clerc. Responsabili di un progetto formativo ed educativo specifico, l’Atelier «Muntu» a Sion, lui e la moglie Marie-Françoise, sono da tempo attivi nel supporto di chi si trova confrontato con eventi che causano un massiccio stress post-traumatico. A poche ore dalla tragedia a Crans-Montana sono subito stati interpellati dalla Chiesa locale: «Anni fa ci siamo formati a nostra volta in Ruanda», ci racconta Clerc, «particolarmente in un orfanotrofio di suore, che si trovavano a doversi occupare di bambini e ragazzi rimasti soli dopo il genocidio. Una scuola di vita molto grande, di fortissimo impatto per noi». Allargando il proprio intervento e mettendosi a disposizione per tutti, negli scorsi giorni Marie-Françoise ha tenuto una formazione immediata anche per 250 apprendisti delle scuole professionali, mentre Damien ha lavorato con un gruppo di 20 persone, composto nei collegi, da mediatori, insegnanti di religione nelle scuole del Cantone e altri professionisti direttamente coinvolti nella tragedia. «Il nostro sistema mentale non è fatto per far fronte a una tempesta emotiva così grande, men che meno quello dei giovani. Il mio lavoro, seguendo la mia formazione, è di accompagnarli nel lasciar da parte i pensieri e di formare in tal senso chi è ora a contatto con loro. Includendo anche la spiritualità. La fede non deve assolutamente astrarre le persone; deve anzitutto – in questi casi – favorire il ritorno alla realtà. È lì interviene l’accompagnamento, anche degli insegnanti di religione, a mio parere», racconta Clerc.
A Lens, le prime ore
Scuole, ma non solo. C’è chi, supportato dalla Chiesa locale, è stato chiamato ad agire nelle ore più sensibili dell’emergenza. È l’alba del 1. gennaio quando a padre Pablo Pico giungono le prime tragicissime notizie «Crans-Montana e Lens appartengono alla stessa area pastorale. Mi hanno chiamato subito. È stata un’esigenza sentita: si erano già attivati i gruppi di soccorso e le cellule di aiuto psicologico. Ma era chiara la necessità anche di una nostra presenza, come Chiesa». Padre Pico racconta di essere stato convocato urgentemente al Centro Congressi «La Régent», dove erano state radunate le prime famiglie in attesa di avere notizie dai loro figli e, soprattutto, di sapere se erano vivi. «C’era un bisogno grandissimo di consolazione, vicinanza, anche spirituale e di fede. Ed è quella che ho cercato di dare, per quattro durissimi giorni». Con padre Pico si è costituita una vera e propria «cellula di accompagnamento». A far parte di questo gruppo anche cinque laici, già attivi nell’assistenza spirituale negli ospedali del Vallese. «Ho visto molta organizzazione, molta unità nel fornire assistenza. Si è unito al nostro gruppo anche il Rabbino di Crans-Montana; anche la loro comunità è stata colpita con la morte di qualcuno».
In ascolto del dolore
Al parroco di Lens, nelle terribili ore dopo la tragedia, si rivolgono in tanti; i famigliari ma anche molti giovani: «Mi hanno confidato, alcuni, un certo senso di colpa: «perché loro e non me?», mi hanno chiesto. Altri sentivano di non aver potuto aiutare abbastanza, avevano questa sensazione». Poi i genitori: «Ho imparato una volta di più che un Padre nostro e un Ave Maria pregati assieme possono davvero dare forza. A me è venuto in mente lo Stabat Mater, Maria sotto la croce davanti al figlio. Posso davvero dire di aver pianto con loro». La vita, lentamente, a Lens riprende: «Oggi celebreremo una S. Messa per i defunti. Lunedì mi aspetta una sepoltura a Losanna. La nostra missione ora? Stare accanto, esserci, mantenere saldi i legami. C’è una luce, quella della risurrezione, che si fa ancora fatica a sentire, anche se il Signore ha vinto la morte. Penso nel prossimo futuro di chiedere anche alle persone che hanno una casa di vacanza qui di riunirsi per pregare. È importante: l’accompagnamento nel tempo, sulla lunga durata, di tutti».