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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (13 gennaio 2026)
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  • Fuori dal grande anonimato

    2017-02-01 L’Osservatore Romano

    «Mi hai chiamato, hai gridato, e hai vinto la mia sordità. Hai mandato bagliori, hai brillato, e hai dissipato la mia cecità. Hai diffuso la tua fragranza, io l’ho respirata, e ora anelo a te. Ti ho assaporato, e ho fame e sete. Mi hai toccato, e aspiro ardentemente alla tua pace» (Confessioni, X). Sant’Agostino descrive la chiamata come la vittoria della parola sulla sordità, della luce sulla cecità, del gusto sull’inappetenza, in poche parole, come il tripudio della vita sulla morte. Così anche nella Bibbia: Dio chiama l’uomo (il verbo è qārā’ in ebraico e kaléō in greco) e lo estrae dal nulla o dai rovi delle sue spine e lo lancia nell’avventura della missione che gli consegna la coscienza di essere popolo e di esser chiamato ad amare e far crescere il popolo a cui appartiene. Dio intercetta l’uomo attraverso una parola alta che si rende intellegibile. Questi percepisce la propria inadeguatezza e reagisce con obiezioni legate ai propri limiti e alle proprie paure e, solo dopo esser stato rassicurato dal calore dell’Io-con-te divino, reagisce con una riposta che è adesione, desiderio di corrispondenza.

    Nel primo Testamento, dopo aver chiamato l’uomo all’esistenza, Dio chiama i patriarchi (tra i quali spiccano Abramo e Mosè, le cui storie sono fortemente impregnate dalla dialettica vocazionale), poi i giudici, Samuele, Elia ed Eliseo. Seguono le chiamate dei profeti scrittori, tra cui emerge quella di Geremia che vive il periodo drammatico della disfatta di Gerusalemme (587 prima dell’era cristiana). Il racconto della sua vocazione ha una funzione inaugurale, segno che la chiamata non è un episodio qualsiasi ma l’intima essenza dell’esistenza profetica. Dio chiama e la creatura sperimenta ciò che accade nell’innamoramento: si sente estratto «dal grande anonimato» (Solinas, La voce a te dovuta). La chiamata è elezione, proprio come accade nell’amore. A Geremia Dio dice: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Geremia, 1, 5). Il verbo «conoscere» (yāda‘) indica non solo una dinamica intellettiva, ma anche esperienziale, un contatto fisico e spirituale, frutto dell’intimità dell’amore. Dio consacra colui che conosce e ne fa un simbolo del popolo, affidandogli la missione di essere «profeta (nābî) per le nazioni», portavoce di un messaggio destinato a varcare i confini di Israele.

    Essere chiamati equivale così a diventare intimi di Dio, lasciandosi espropriare, rinunciando a ogni rivalsa egoica per sposare la logica del dono perché la Parola è «gioia e letizia del cuore» (Geremia, 15, 16) ma anche «causa di vergogna e di scherno» (Geremia, 20, 8), esperienza travagliata che indurrebbe il profeta a scappare (come accade nella vicenda di un altro chiamato, Giona) ma che gli permette anche di scoprire che, a partire dalla chiamata, è stato appiccato in lui un fuoco ardente che è impossibile contenere (cfr. Geremia, 20, 9) e che lo ha reso segno di speranza in mezzo al popolo e depositario dell’annuncio della nuova alleanza e di una salvezza universale (cfr. Geremia, 31, 31-34).

    Nel Deutero-Isaia appare poi un’altra figura di chiamato a cui sono dedicati quattro canti: il servo del Signore (‘ebed Yhwh), designato ad annunciare la salvezza alle genti (cfr. Isaia, 42, 1-9), paradigma del discepolo che si lascia scavare l’orecchio da Dio e sa indirizzare una parola allo sfiduciato (cfr. Isaia, 50, 4-5), alleato del Signore chiamato ad assumere su di sé peccati e dolori in una morte vicaria al fine di guarire il popolo (cfr. Isaia, 53, 4-5).

    Questa storia di elezione continua nel nuovo Testamento. Il regno dei cieli irrompe nella persona stessa di Gesù che pronuncia una parola viva ed energica capace di attrarre molti alla sua sequela. Gesù chiama persone impegnate ad assolvere i propri impegni quotidiani, come i fratelli Pietro e Andrea intenti a pescare che però al suono della sua voce subito lasciano le reti e lo seguono (cfr. Matteo, 4, 19-20). La stessa prontezza si registra in Giacomo e Giovanni (cfr. Matteo, 4, 21-22) e in Levi (cfr. Matteo, 9, 9). La risposta alla chiamata implica non solo il seguire, ma anche il lasciare. Si tratta di accantonare le priorità del momento per ridisegnare il proprio orizzonte e mettersi in gioco per uscire da sé e vivere il dono in una continua disponibilità ad ascoltare la voce che invoca l’ascolto. È l’esperienza che hanno fatto anche Maria (cfr. Luca, 1, 26-38), Giuseppe (cfr. Matteo, 1, 18-25) e Paolo (cfr. Atti, 9, 1-19) che ci testimoniano che «l’unico atto col quale l’uomo può corrispondere al Dio che si rivela è quello della disponibilità illimitata» (Hans Urs von Balthasar, Vocazione).

    Il nuovo Testamento ci attesta così che proprio grazie a questa disponibilità illimitata della creatura umana alla divina parola è germogliata la Chiesa, la comunità degli «amati da Dio e santi per chiamata» (Romani, 1, 7), la famiglia di coloro che desiderano dare ospitalità nella loro carne a quella parola che ha dato il via alla creazione e anche alla nuova creazione inaugurata a Pentecoste, e che continua a risuonare oggi intercettando altri deboli ma fecondi “sì”, perché il mondo continui a fare esperienza dell’effusione abbondante dello Spirito d’amore e la comunità dei figli Dio continui a fiorire.

    di Rosalba Manes, Consacrata ordo virginum e biblista alla Pontificia università Gregoriana

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