Fuori, il caldo torrido non sembra scoraggiare le migliaia di turisti che, in pieno sole, si dividono in lunghe file per entrare in Vaticano. A pochi metri da lì, a Santa Marta, il suo intenso programma si sta realizzando passo dopo passo. Alcuni movimenti sembrano annunciare che sta per arrivare. Francesco, Sua Santità, il Papa argentino, uno dei leader che oggi detta l’agenda sociale e politica del mondo, cammina con un sorriso radioso. Sembra essersi ripreso. Consapevole di tutte le trasformazioni attuate durante i suoi nove anni di pontificato e con uno sguardo lungimirante sul futuro dell’umanità, della fede e del bisogno di nuove risposte. Mentre entriamo insieme nella stanza dove tutto è pronto per l’intervista con l’agenzia stampa internazionale Télam, che durerà un’ora e mezza, so che questo 20 giugno sto vivendo un momento eccezionale e unico.
Francesco, lei è stato una delle voci più importanti in un periodo di grande solitudine e paura nel mondo durante la pandemia. Ha saputo descriverlo come i limiti di un mondo in crisi in campo economico, sociale e politico. E in quell'occasione ha detto una frase: "Da una crisi non si esce mai uguali, si esce migliori o peggiori". Come pensa che ne stiamo uscendo? Dove siamo diretti?
Non mi sta piacendo. In alcuni settori c’è stata una crescita, ma in generale non mi piace perché è diventata selettiva. Guarda, il fatto stesso che l'Africa non abbia i vaccini o abbia le dosi minime significa che la salvezza della malattia è stata dosata anche in base ad altri interessi. Il fatto che l’Africa abbia così tanto bisogno di vaccini indica che qualcosa non ha funzionato. Quando dico che non si esce mai uguali, è perché la crisi inevitabilmente ti cambia. Inoltre, le crisi sono momenti della vita in cui si compie un passo avanti. C’è la crisi dell’adolescenza, quella della maggiore età, quella dei quarant’anni. La vita segna le tappe con le crisi. Perché la crisi ti mette in movimento, ti fa ballare. E bisogna saperle affrontare, perché se non lo fai, le trasformi in conflitto. E il conflitto è qualcosa di chiuso, cerca la soluzione al suo interno e si autodistrugge. Invece, la crisi è necessariamente aperta, ti fa crescere. Una delle cose più serie della vita è saper vivere una crisi, non con amarezza. Ebbene, come abbiamo vissuto la crisi? Ognuno ha fatto quello che ha potuto. Ci sono stati degli eroi, posso parlare di quelli che ho avuto più vicini qui: medici, infermieri, infermiere, sacerdoti, suore, laici, laiche che hanno davvero dato la vita. Alcuni sono morti. Credo che in Italia ne siano morti più di sessanta. Dare la vita per gli altri è una delle cose emerse in questa crisi. Anche i sacerdoti si sono comportati bene, in generale, perché le chiese erano chiuse, ma hanno telefonato alla gente. C'erano giovani sacerdoti che chiedevano agli anziani di che cosa avessero bisogno al mercato e facevano la spesa per loro. Cioè, le crisi ti costringono a essere solidale perché tutti sono in crisi. Ed è lì che si cresce.
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Il Pontefice, nelle sue risposte, spazia dalla pandemia, alla cura della casa comune, dai giovani all’impegno nella politica, dalla Chiesa in America latina alla crisi delle istituzioni tornando sul grande tema della guerra e proponendo un bilancio del proprio pontificato.