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Gio 16 apr | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    «Il mondo ha sete di pace. Basta guerre!»: Leone XIV porta il suo grido al cuore dell'Africa

    di Federico Anzini

    Lasciata alle spalle Algeri -dove aveva pregato nella Grande Moschea e sostato sulla tomba spirituale di Sant'Agostino - Papa Leone XIV ha posato i piedi - ieri, 15 aprile, in serata - sul suolo camerunense con la determinazione di chi sa di avere qualcosa di urgente da dire. Yaoundé lo ha accolto con fiori gialli e bianchi e grida di gioia che riempivano il Palazzo presidenziale. Davanti alle autorità, ai rappresentanti della società civile e al Corpo diplomatico, il Pontefice ha detto: «Vengo tra voi come pastore e come servitore del dialogo, della fraternità e della pace».

    Un'«Africa in miniatura» che il Papa abbraccia

    Il Camerun porta in sé l'eco di molti mondi: decine di etnie, lingue, tradizioni e paesaggi che spaziano dalla foresta equatoriale alle savane del Nord. Leone XIV ha riconosciuto subito questa complessità, trasformandola in risorsa: «Questa varietà non è una fragilità: è un tesoro. Costituisce una promessa di fraternità e un solido fondamento per costruire una pace duratura».

    Prima del discorso pubblico, il Papa aveva incontrato in privato il presidente Paul Biya, che nel suo saluto aveva riconosciuto che «il dialogo deve sostituire la voce delle armi» e che «le risorse destinate alla guerra dovrebbero essere destinate al benessere dei popoli», parole che Leone XIV ha poi amplificato con forza.

    «Quanta fame e sete di giustizia!»

    Il Papa non ha eluso le ombre che gravano sul Paese. Ha ricordato la crisi nelle regioni del Nord-Ovest, del Sud-Ovest e dell'Estremo Nord, dove tensioni e violenze hanno devastato comunità intere: «Vite perdute, famiglie sfollate, bambini privati della scuola, giovani che non vedono un futuro. Dietro le statistiche ci sono volti, storie, speranze ferite».

    Poi, come un grido trattenuto che trova finalmente voce: «Quanta fame e sete di giustizia! Quanta sete di partecipazione, di visioni, di scelte coraggiose e di pace!». Un'invocazione che non era lamento, ma appello rivolto a chiunque detenga una forma di responsabilità pubblica.

    La pace non è uno slogan

    Citando Agostino di Ippona, il Papa ha ricordato che «servire il proprio Paese significa dedicarsi con mente lucida e coscienza integra al bene comune di tutto il popolo: della maggioranza, delle minoranze e della loro reciproca armonia». La pace che Leone XIV propone non è quella dei trattati firmati: «Una pace disarmata, non fondata sulla paura o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza. La pace non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza».

    Il grido finale ha trasformato il discorso in qualcosa di simile a una preghiera pubblica: «Il mondo ha sete di pace. Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli!».

    Donne, giovani e società civile: i pilastri del futuro

    Leone XIV ha indicato donne e giovani come protagonisti indispensabili della rinascita africana. I giovani, «speranza del Paese e della Chiesa», richiedono investimenti concreti in «istruzione, formazione e imprenditorialità», «l'unico modo per contenere l'emorragia di meravigliosi talenti verso altre regioni del Pianeta» e per contrastare le piaghe della droga, della prostituzione e dell'apatia. La società civile -associazioni, sindacati, ONG, leader tradizionali e religiosi -viene descritta come «una forza vitale per la coesione nazionale», capace di formare le coscienze e promuovere il dialogo. Le tradizioni religiose, «quando non vengono stravolte dal veleno dei fondamentalismi», diventano sorgenti di «profeti di pace, giustizia, perdono e solidarietà».

    All'orfanotrofio, il volto più tenero del pontificato

    Leone XIV ha concluso la sua prima giornata visitando l'orfanotrofio Ngul Zamba - "La Forza di Dio" - che accoglie una sessantina di ragazzi dai diciotto mesi ai vent'anni: molti abbandonati, alcuni disabili, altri con storie di reati o dipendenze. Lo ha accolto un canto commovente: «Non siamo orfani… Noi siamo figli di Dio… La Chiesa è la nostra famiglia… Il Santo Padre è nostro padre».

    Il Papa ha guardato il loro passato difficile senza voltarsi dall'altra parte, trasformandolo in promessa: «Siete chiamati a un futuro più grande delle vostre ferite. Perché là dove può esserci miseria, sofferenza o ingiustizia, Dio è presente e conosce i vostri volti, vi è vicinissimo». Parole paterne che hanno chiuso una giornata intensa con la tenerezza che solo un pastore sa offrire.

    Dall'Algeria al Camerun: un viaggio che costruisce ponti

    Sull'aereo da Algeri a Yaoundé, Leone XIV aveva tracciato un bilancio entusiasta: «Una bellissima opportunità per continuare a costruire ponti e promuovere il dialogo». La visita alla Grande Moschea — segno concreto che «sebbene abbiamo credenze diverse, possiamo comunque vivere insieme in pace» — aveva già dettato la cifra di questo viaggio. Un filo sottile ma resistente unisce le due tappe africane: la scommessa sul dialogo come metodo, sulla pace come stile di vita. Un messaggio che, dalle strade di Yaoundé, viaggia ben oltre i confini dell'Africa.

    fonte: agenzie/catt.ch

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