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Devecchi-Bellini, presidente dell’Unione Cristiana Imprenditori ticinesi: «Ripartire dalle piccole realtà per non indebolire tutta la filiera»

«Le misure di contenimento e di  aiuto che il Canton Ticino ha dedicato  alle sue imprese sono ammirevoli  perché vanno incontro alle vere  esigenze di piccoli e medi imprenditori  che hanno ogni giorno costi fissi  certi con entrate variabili». A dirlo  è Stefano Devecchi-Bellini, vicepresidente  esecutivo di Gamos  Group (azienda che esporta prodotti  alimentari nel mercato  cinese) e socio fondatore  e presidente  dell’Unione Cristiana  Imprenditori Ticinesi  (UCIT), che come tanti  in questo periodo sta dividende  le sue giornate  in casa con la moglie e i  due figli piccoli, tra momenti  di gioco condivisi ed una telefonata  di lavoro, tra la spesa da fare e  un testo da scrivere. Se personalmente  per lui la sfida è stata quella di  affrontare in maniera più presente e  consapevole la vita famigliare; professionalmente  il coronavirus lo ha  costretto «a divenire più tecnologio  rispetto alla sua natura di nativo  analogico».

Ora che si inizia ad affrontare la fase  2, quella dell’uscita progressiva  dal lockdown, cosa sente che è urgente  fare. Da dove pensare di ripartire?  «Prima di tutto bisogna farsi carico  di maggiore flessibilità, tolleranza,  pazienza e sacrificio. Il primo passo  è sicuramente quello di seguire le indicazioni  che vengono  proposte dalle nostre  istituzioni. Limitare  il contagio in attesa  del vaccino, penso sia  indispensabile. Per  circa un anno dovremo  essere consapevoli  che la vita sociale subirà  delle importanti  limitazioni. Dovremo abituarci a  convivere con procedure severe e  imparare ad implementarle nella vita  lavorativa e in quella di tutti i giorni.  Supportare le piccole attività in  proprio – ricordiamo che il 90% delle  imprese ticinesi ha meno di 10 dipendenti  – sarà la vera sfida, per non  generare immediati licenziamenti e  chiusure di attività che provocherebbero  disastri anche nella filiera  delle industrie interessate. Sarebbe  anche costruttivo poter e voler ripartire  da un livello di tecnologia migliore.  Sto pensando a quei settori  che non hanno ancora avuto un vero  e proprio salto digitale nell’Industry  4.0. Ne beneficerebbero sicuramente  efficienza e sicurezza».

Crede che questo stop forzato, che  ha messo in luce non solo le nostre  fragilità umane,  ma anche quelle di  un sistema di produzione  orientato  esclusivamente alla  realizzazione di  un profitto immediato,  possa accelerare  il farsi strada  di un’economia  che fonda le sue basi sulla condivisione,  che sia insomma a tutti gli  effetti più… civile?  «Sicuramente ci è stata data la possibilità  di fermarsi e riflettere, e se mi  permette, nel mondo di oggi, non è  poca cosa. Questo non basta però  per cambiare in meglio il mondo.  Servono attitudini, abitudini e buone  pratiche che, fortunatamente o  meno, sono cose concrete. Siamo  ormai nella situazione, tranne casi  isolati, di sapere molto bene la teoria  ma oggi, più che mai, “é la pratica  che si deve impossessare della scena”.  Abbiamo, oggi, la grandissima  opportunità di poter rincominciare  tutti insieme dalla stessa linea di  partenza, senza usare cattiveria e  furbizia ma solo tanta umanità perché,  ognuno nel proprio  piccolo, può realmente  cambiare il  mondo. L’errore più  grave sarebbe quello  di pensare che la rinascita  sia un qualcosa  di più grande di noi:  qualcosa al di sopra  delle nostre possibilità».

Come evitarlo?  «Mettendo in pratica gli insegnamenti  di questa quarantena lavorativa  considerandola acceleratore del  cambiamento. Come UCIT, continuiamo  ad organizzare incontri, per  ora virtuali, con aziende e persone  che hanno veramente voluto fare la  differenza generando bene comune.  Un tema che vorremmo sviluppare  entro fine anno è quello della virtù  del coraggio nell’imprenditorialità.  Il tema del coraggio, a maggior ragione  sotto la spinta delle attuali criticità,  è un tema che, al di là della sua  intrinseca complessità, sta assumendo  sempre più rilievo. Come  per tutti i termini diffusamente usati,  anche per il coraggio si corre il rischio  di smarrire il suo originario significato  morale perché la virtù del  coraggio, così come definita nel pensiero  cristiano, è importante nell’imprenditorialità.  Il ruolo dell’imprenditore  e dell’impresa può diventare  fondamentale per lo sviluppo di una  società ispirata a valori come quello  della giustizia e della carità in quanto  la ricerca del bene comune dipende  da tutta la società. Papa Francesco,  nell’Esortazione Apostolica  Evangelii Gaudium, mette in particolare  evidenza il ruolo dell’imprenditore  come attore di sviluppo per il  bene comune: “La vocazione di un  imprenditore è un nobile lavoro,  sempre che si lasci interrogare da un  significato più ampio della vita”».

Corinne Zaugg

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