di Claude Ducarroz / cath.ch
Ho letto attentamente gli ultimi messaggi di Papa Leone XIV, in particolare l'esortazione apostolica Dilexite (4 ottobre 2025) e l'enciclica Magnifica Humanitas (15 maggio 2026). Ho prestato particolare attenzione a un tema piuttosto delicato nel contesto attuale: come concepire il rapporto tra uomo e donna nella società.
Non sono rimasto deluso. Basta citare queste due affermazioni molto chiare e molto coraggiose. «Sebbene si osservino cambiamenti importanti in alcuni Paesi, l'organizzazione delle società nel mondo intero è lungi dal riflettere chiaramente il fatto che le donne hanno esattamente la stessa dignità e gli stessi diritti degli uomini.» (Cfr. Dilexi te n. 12). E l'enciclica Magnifica Humanitas rincara la dose (n. 57): «Non basta affermare a parole che uomo e donna hanno la stessa dignità e gli stessi diritti. Occorre che ciò si traduca in scelte concrete, nelle leggi (…), nel modo in cui la società ascolta e valorizza il contributo delle donne.»
Molto bene. Ma una medaglia del genere ha anche un rovescio inevitabile. Questa Chiesa così pronta a distribuire consigli profetici alla nostra società, come mette in pratica queste stesse esigenze al proprio interno? Un simile interrogativo non riflette alcuna malevolenza subdola. Si tratta semplicemente della coerenza tra ciò che si dice (agli altri) e ciò che si fa (in casa propria). Nella Chiesa!
Il concilio Vaticano II ha insistito perché la nostra Chiesa fosse attenta ai segni dei tempi, tra cui la promozione dell'uguaglianza tra uomini e donne
Bisogna riconoscerlo, la nostra Chiesa è erede di una lunga tradizione patriarcale che ha impregnato in profondità -con qualche lampo di eccezione- la sua venerabile storia plurisecolare. Questa tradizione si è spesso persino avvolta in un clericalismo di cui papa Francesco ha potuto dire che era «una perversione della Chiesa» perché «annulla la personalità dei cristiani e tende a diminuire e sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore del nostro popolo» (19 marzo 2016). Si comprende quindi perché papa Francesco abbia aperto le porte della sinodalità per favorire una vera conversione nel funzionamento della nostra Chiesa.
Occorre però precisare qualche motivazione. Il concilio Vaticano II ha insistito perché la nostra Chiesa fosse attenta ai segni dei tempi (Gaudium et Spes nn. 4 e 11), tra cui la promozione dell'uguaglianza tra uomini e donne, ricordando che ogni discriminazione fondata sul sesso deve essere eliminata perché contraria al disegno di Dio (ibidem n. 29). Certo, nella Chiesa non si tratta affatto di rincorrere «lo spirito del tempo - Zeitgeist». D'altronde anche alcune forme di femminismo sono molto discutibili. Si tratta piuttosto di una migliore fedeltà allo spirito del Vangelo.
Quando si accolgono i beni del Regno promessi da Gesù, tutto è grazia. Ed è proprio a causa di questa gratuità essenziale che questi beni sono disponibili per tutti, senza alcuna discriminazione possibile, e soprattutto non quella basata sulla differenza di genere. San Paolo stesso lo ha chiaramente ricordato quando scrive ai Galati che cercavano di stabilire categorie tra i cristiani: «Non c'è più Giudeo né Greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.» (Gal 3,25-28).
Non siamo forse una comunità di battezzati che costituiscono una bella fraternità di uomini e donne insieme?
Come giustificare dunque ancora che le cristiane, semplicemente perché sono esseri umani diversi dagli altri uomini (maschi), siano di fatto escluse dall'esercizio di certi ministeri e servizi nella nostra Chiesa? Non siamo forse una comunità di battezzati che costituiscono una bella fraternità di uomini e donne insieme, tutti in eguale misericordia sotto la tenerezza del Padre e nello Spirito di Gesù?
Lo dico come lo penso. Un giorno -al Vaticano III o IV o V- la nostra Chiesa presenterà le sue scuse alle donne cristiane per averle private così a lungo di beni del Regno a cui dovevano avere accesso, per grazia, proprio come i loro fratelli uomini.
In attesa di nuove conversioni post-sinodali, salutiamo i progressi già compiuti, anche in Vaticano, e anche grazie ai nostri vescovi. Fanno ciò che possono, a dosi omeopatiche, avendo cura di preservare il dono prezioso della comunione universale cattolica.
Nella pazienza della speranza e della preghiera, come non augurarsi nuovi progressi? Certo, garantendo un discernimento prudente delle personalità e dei carismi, assicurando una formazione molto seria, culminando in invii in missione comunitaria attraverso liturgie adeguate.
E soprattutto sappiamo rendere grazie per l'impegno ammirevole di tante donne nelle nostre comunità e movimenti. Costituiscono spesso la parte più dinamica e più generosa degli impegni che fanno vivere la nostra Chiesa e ne manifestano il risplendere nel nostro mondo. Con la grazia di Dio, evidentemente!
fonte: cath.ch / trad. catt.ch