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Domenica 11 ottobre 2026. Commenti al Vangelo per la liturgia romana e la liturgia ambrosiana

Calenerdario romano: Mt 22,1-14

A volte, l’abito fa il monaco

di Dante Balbo

Normalmente non sopporto le situazioni in cui è necessario un abito formale, matrimoni, cresime, feste. Mi sento impacciato, non a mio agio, ingessato.

D’altra parte, non mi presenterei ad un esame universitario in maglietta, così come all’inizio dei miei studi per il diaconato chiesi se fosse possibile indossare comunemente il camice, come segno di riconoscimento.

La nostra identità è fatta anche di forma, di segni che ci facciano riconoscere.

Per questo il Vangelo della ventottesima domenica del Tempo ordinario ci sorprende con una affermazione di Gesù, che pretende che un uomo pescato ai crocicchi delle strade, debba avere l’abito nuziale.

Il Regno di Dio non è un posto qualsiasi: tutti siamo invitati al banchetto, ma dobbiamo avere la consapevolezza che non si tratta di un pasto qualunque. Anzitutto è un pranzo di nozze, dove uno sposo ci onora della sua presenza. Inoltre è la festa in cui noi siamo elevati al rango di ospiti privilegiati, senza alcun merito. Infine è un momento speciale, in cui è lo sposo stesso a fornirci l’abito giusto, il bianco vestito dei salvati.

Non si può onorare questa festa di nozze con l’abito ordinario della vita che trascorrevamo prima, ai bordi della strada, nella polvere della nostra ordinarietà, perché l’invito è a un cambiamento radicale, in cui tutto è nuovo, magnifico nella luce.

Dalla Rubrica televisiva «Respiro spirituale» di Caritas Ticino in onda su TeleTicino e online su YouTube e Facebook.

Calendario ambrosiano: Mt 13,3b-23

Accogliere il Vangelo in libertà

di don Giuseppe Grampa

Il gesto largo, generoso del Seminatore evangelico è quello del Padre che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e dona la pioggia al campo dell’uomo buono così come a quello del malvagio. Nessun terreno, cioè nessuna situazione umana deve esser considerata estranea all’annuncio dell’Evangelo, cioè al gesto generoso che getta il buon seme. Il seme ha bisogno d’esser accolto nella terra calda e umida, come in un grembo ospitale; di trovare un cuore accogliente, capace di ascolto.

Dire dei diversi terreni è dire della nostra libertà, della nostra apertura all’ascolto, o dei molteplici ostacoli che compromettono tale ascolto.

Ancora una volta l’iniziativa spontanea di Dio si misura con la nostra libertà. I doni di Dio non cadono dall’alto senza suscitare la risposta della nostra libertà che accoglie o rifiuta. Dio si rivolge a persone libere e consapevoli. Questa parabola con la sua indicazione dei diversi terreni e della loro maggiore o minore ricettività esprime una preoccupazione squisitamente educativa. Prima di ogni appello morale, prima di ogni indicazione di comportamento deve risuonare grande, lieta la Buona Notizia, la stupenda certezza di un amore incondizionato per tutti, ma proprio per tutti.

Che il Regno di Dio e cioè la passione per Gesù e il suo Evangelo prendano il nostro cuore: questo il seme che, accolto dalla nostra libertà, darà certamente frutto.

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