Calendario romano: Mt 21, 33-43
La pietra scartata non è perduta
di Dante Balbo
Ho voluto bene a mio papà e gliene voglio ancora, pensando che mi sorrida dal cielo, riconoscendo il cammino che ho fatto nella vita. Anche lui tuttavia, era vittima di pregiudizi e quando da bambino gli chiedevo se potevo aiutarlo, regolarmente mi rispondeva: «Ma cosa vuoi fare tu!». Non so se alludesse alla mia giovane età, oppure più probabilmente, al mio limite di cieco. Per tutta la vita, ho tentato di dimostrargli che ero capace, che potevo fare quello che mi prefiggevo, sperando che fosse orgoglioso di me.
Nella XXVII domenica del Tempo ordinario, Gesù parla della pietra scartata, che è diventata testata d’angolo, con una simbologia complessa, che rimanda al tempio, alla Chiesa, alla Sua esperienza di croce, al fondamento dell’edificio spirituale che siamo noi. Lui è la pietra che non si può usare, perché sfugge all’uniformità, non si può incastrare nei nostri pregiudizi, nella religione, nella paura del Dio che ci chiama ad uscire sempre da noi stessi.
La pietra scartata sono tutti coloro che il mondo estromette, che non servono, non hanno posto, non si adattano alle regole del gioco. Gesù a loro dice che non sono perduti, che possono essere al centro di un edificio nuovo fatto di fraternità e accoglienza. Tutto questo accade se noi ci riconosciamo pietra inutile, ma che Lui può usare per la sua Chiesa.
Dalla Rubrica televisiva «Respiro spirituale» di Caritas Ticino in onda su TeleTicino e online su YouTube e Facebook.
Calendario ambrosiano: Lc 17,7-10
Il «servo inutile» opera nella gratuità
di don Giuseppe Grampa
Il padrone descritto nel testo odierno si comporta secondo le regole del tempo: il servo non ha diritti e il padrone non ha doveri verso il servo. Confesso che mi inquieta l’espressione che dovremmo fare nostra: «Siamo servi inutili». Ma davvero l’uomo sta davanti a Dio come un servo inutile, buono a nulla? Perché questo aggettivo: inutili? Altri traducono inutile con «senza utile», ovvero senza guadagno. Significa che facciamo il nostro dovere non per utile, per guadagno, per ricavarne meriti da vantare. Allora servo «inutile» è quel servo che compie lietamente il suo dovere nella consapevolezza che anche questo adempimento è dono, è grazia, non è merito nostro da vantare davanti a Dio. L’intera nostra esistenza è preceduta, accompagnata e seguita dalla benevolenza di Dio, dalla sua grazia e quanto di buono le nostre mani possono compiere è come il fiorire, nella nostra libertà, della sua grazia. Servi «inutili» cioè salvati per grazia e non per le opere di cui siamo capaci. Questa evangelica inutilità non vuol dire irrilevanza del nostro agire, vuol dire riconoscere con Maria, anche Lei piccola serva del Signore, che «il Signore ha compiuto in me cose grandi». Il servo «inutile» è quello che compie fino in fondo il lavoro affidatogli - non è quindi un buono a nulla - ma è consapevole che in lui tutto è grazia. Il servo «inutile» inizia ogni giorno la sua operosa fatica affidandosi alla parola del Signore: «Ti basta la mia grazia» (2Cor 12,9).