calendario romano: Mt 11, 25-30
Miti e umili, un paradosso storico
di Dante Balbo
Il rischio di pensare di aver capito tutto è sempre in agguato. Il progresso scientifico, filosofico, teologico, ci induce a pensare che sia solo una questione di tempo, ma poi potremo avere il controllo sulla realtà. Chi però studia seriamente, si rende conto che sono molte di più le cose che ancora non sappiamo di quelle che conosciamo o crediamo di conoscere.
Se questo è valido per la scienza, tanto più è giusto per la condizione umana, il senso della vita e la conoscenza del mondo e di noi stessi. Il rischio di lasciarsi ubriacare dalla propria intelligenza è alto per chiunque nel nostro mondo abbia avuto occasione di studiare e di sentirsi immerso in verità profonde.
Gesù però non la pensa così, anzi, è felice del fatto che la verità ultima è rivelata ai piccoli. Significa che dobbiamo restare ignoranti? Niente affatto. I piccoli e i poveri conoscono la loro dipendenza, sanno che per vivere possono solo affidarsi a chi li sostiene e li può salvare.
L'umiltà non è la negazione dei doni ricevuti, ma la riconoscenza per ciò che ci è stato affidato per il bene comune.
Gesù non ha paura di dire che Lui e il Padre sono una cosa sola, così come in altre circostanze addirittura si presenterà con il nome stesso di Dio, «Io Sono». Ma si definisce Umile ed è questa umiltà che rende i piccoli padroni della terra, perché non la pretendono, l'accettano con gratitudine.
calendario ambrosiano
La Beatitudine della povertà
di don Giuseppe Grampa
Della grande pagina delle Beatitudini abbiamo due redazioni: quella secondo Matteo e quella secondo Luca e mentre Matteo colloca Gesù sul monte nuovo Mosè che non dà la Legge ma è con la sua Persona la nuova Legge, Luca fa scendere Gesù nella pianura, dentro la folla.
Ancora: Matteo precisa: Beati i poveri in spirito mentre Luca non solo non ha questa sottolineatura ma anzi ne rafforza la concretezza, direi quasi la materialità aggiungendo alle beatitudini le maledizioni: guai a voi ricchi, sazi, gaudenti.
Si può dire che la prospettiva di Luca rispetto a quella di Matteo mette l’accento sulla concreta scelta di uno stile di vita povero.
A molti questa beatitudine della povertà è sembrata la consacrazione della povertà, invito alla rassegnata accettazione della povertà con la promessa di una beatitudine che nell’al di là ricompenserebbe chi quaggiù ha patito povertà.
Proprio questa parola ha fatto dire che la religione sarebbe alienazione, rassegnazione passiva. E bisogna riconoscere che tale accusa è stata talora pertinente. Per questo io credo che per annunciare la beatitudine della povertà bisogna prima annunciare come hanno fatto i Profeti, Giovanni Battista e Gesù stesso la maledizione della povertà quando essa è conseguenza dell’ingiustizia, della iniqua distribuzione delle risorse della terra, del privilegio di pochi a danno di molti.
Dobbiamo dire, con coraggio, la beatitudine della povertà quando essa è scelta libera di sobrietà, di condivisione.