di Dennis Pellegrini/catt.ch
“Non esistono ragazzi cattivi”. Non è soltanto il titolo del libro di don Claudio Burgio, ma il cuore della sua esperienza educativa, al centro dell’incontro svoltosi a Lugano presso la Biblioteca cantonale, promosso nell’ambito del calendario culturale cittadino.
A dialogare con lui è stato Stefano Vassere, direttore delle Biblioteche
cantonali, davanti a un pubblico numeroso, composto anche da diverse classi liceali. Sacerdote ambrosiano, cappellano dell’istituto penale minorile Beccaria di Milano e fondatore della comunità Kayros, don Burgio vive da anni accanto a ragazzi tra i 14 e i 25 anni segnati da percorsi difficili. Una realtà che accoglie giovani spesso usciti dal carcere, offrendo loro una possibilità concreta di ripartenza.
Don Burgio e i ragazzi fragili
“Ho a che fare con ragazzi molto fragili», ha spiegato. Dietro comportamenti violenti o devianti si nascondono storie di sofferenza, di violenze subite o vissute, di paura.
«Il bullo è un ragazzo fragile». Molti portano un coltello non per attaccare, ma per difendersi.
Eppure, accanto a queste ferite, don Burgio vede altro: talenti
nascosti, risorse inespresse. «Io non mi accontento delle etichette. Ogni
ragazzo non è il suo errore». La comunità Kayros si fonda proprio su questo sguardo: offrire fiducia, creare opportunità, far emergere passioni. Teatro, musica, studio diventano strumenti di rinascita. Emblematica la storia di un giovane che, dopo il carcere, ha ripreso gli studi fino a laurearsi e oggi lavora come educatore. «Questa è la vera giustizia: quella che restituisce dignità».
L'incontro a Lugano
“Baby Gang”, i due ragazzi finiti nell’ISIS in Siria, le domande dei giovani di oggi
Tra i racconti, anche quello di un ragazzo diventato noto come Baby Gang. Dietro la musica trap, inizialmente distante dal mondo del sacerdote, don Burgio ha imparato a riconoscere «l’urlo disperato di una generazione», un linguaggio da ascoltare per intercettare domande profonde. Non sono mancate storie drammatiche, come quella di due giovani partiti per la Siria e arruolati nell’ISIS. «Quando non ci sentiamo parte di qualcosa, basta poco per cercare identità altrove». Uno di loro è morto in battaglia; l’altro ha lasciato un messaggio carico di rimorso.
«Il bene lascia sempre qualche traccia».
Il carcere, ha sottolineato, non può essere una risposta definitiva: «Più si punisce, più si incattivisce la persona». Occorre ripensarlo come luogo di rieducazione, dove la dignità umana resti centrale.
Anche sul piano della fede, i giovani mostrano resistenze verso le strutture gerarchiche, come quella della Chiesa Cattolica,
ma esprimono domande autentiche e profonde. Le confessioni sono sempre un momento di profonda verità e drammaticità.
“Non esistono ragazzi cattivi”: un’affermazione che, più che uno slogan, si rivela uno sguardo.
Uno sguardo capace di andare oltre l’errore, per riconoscere in ogni giovane una possibilità di bene.