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Moccetti: "Educare è trasmettere una promessa di bene alle generazioni future"

di Alberto Moccetti*

In ossequio alla buona tradizione che vuole che almeno a inizio e fine di un anno scolastico si rifletta su scuola ed educazione, ho pensato di condividere in anteprima quello che dirò, incontrandoli tra qualche giorno, ai nuovi iscritti al Liceo diocesano per il prossimo anno scolastico. Prima di tutto vorrei ricordare che la conclusione di un ciclo o di un anno scolastico, non va vista come un cerchio che si chiude, ma come una prospettiva che si apre, verso un nuovo orizzonte pieno di prospettive, di progetti e di speranze. In secondo luogo ricorderò un fatto che sta all'origine della storia del Liceo diocesano: la splendida villa e il parco dove ci troviamo con non poca fortuna a fare scuola, sono frutto di una donazione. Una baronessa fiamminga (Germaine Kayaerts de Hochschild) donò la sua residenza di vacanza perché la Diocesi di Lugano vi iniziasse un'opera educativa. Opera educativa che, passando per tappe e trasformazioni successive, dura ancora oggi. Donare i propri beni per fare una scuola non è solo un gesto di generosità, ma comporta l'idea che vale la pena di investire sui giovani e sull'educazione, perché attraverso l'educazione si pongono le basi per la società del domani. Ecco, credo che il gesto di questa donna, settant'anni fa, nascesse da questo. Non credo certo che la signora Hochschild potesse prevedere gli sviluppi della sua donazione fino all'attuale liceo, ma credo che avesse una certezza nella possibilità di un bene da trasmettere tra le generazioni. Mi permetto allora di proporre una citazione dal libro di McCarthy Non è un paese per vecchi, perché mi sembra esprimere bene quanto ho cercato di dire. «Quando uscivi dalla porta del retro di casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo a quelle erbacce. C'era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l'abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai lì, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava lì. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all'uomo che l'aveva fabbricato. Quel paese non aveva avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo. Dopo di allora ho letto un po' di libri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell'uomo si è messo lì con una mazza ed uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra, che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? in che cosa credeva questo tizio? Di certo non credeva che non sarebbe cambiato nulla. Uno potrebbe pensare anche a questo. Ma, secondo me, non poteva essere così ingenuo. Ci ho riflettuto tanto. Ci riflettei anche dopo essermene andato da lì quando la casa era ridotta a un mucchio di macerie. E ve lo dico, secondo me quell'abbeveratoio è ancora lì. Ci voleva ben altro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto lì con la mazza e lo scalpello, magari un paio d'ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l'unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una specie di promessa dentro il cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. È la cosa che mi piacerebbe fare più di tutte». Educare, mi pare, vuol dire avere una promessa da trasmettere e trasmetterla, senza la presunzione di poterla mettere a fuoco con precisione: non è la promessa di una carriera o del successo, ma di un bene che è possibile riconoscere, consegnare ad altri e contribuire a costruire. 

*direttore del Liceo diocesano di Lugano-Breganzona

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