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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (29 gennaio 2026)
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  • La corale

    Il "Padre Nostro", ovvero la sollecitudine di Dio verso le nostre fragilità

    “Oltre una traduzione letterale, ci vuole una traduzione culturale delle nostre preghiere”. Esordisce con questa illuminante osservazione il pastore Giuseppe La Torre, che ieri sera, assieme al biblista Renzo Petraglio, si è impegnato per offrire a una sala gremita, in via Landriani presso il Centro comunitario della Chiesa evangelica di Lugano, un’interpretazione efficace della preghiera per eccellenza, il “Padre Nostro”. La serata è stata promossa dal Gruppo biblico ecumenico di Lugano in collaborazione con l’Associazione Biblica della Svizzera italiana. Motivo di riflessione anche la nuova traduzione della CEI, che se il Vaticano accetterà, verrà presto usata anche nelle nostre chiese durante la liturgia.

    “Non è facile cambiare il Padre Nostro, è una preghiera conosciuta, radicata, ogni piccola variazione può essere un piccolo dramma. Nonostante negli anni sia nata una versione della Bibbia concordata tra ortodossi, cattolici e protestanti, nessuno si è impegnato per un Padre Nostro comune, anche se sarebbe un segno di grande ecumenico avere tutti la stessa tradizione”, nota La Torre.

    “Nelle nostre traduzioni dovremmo però sempre tener presente una regola d’oro: le parole e le espressioni devono anche far riferimento alla cultura e alla lingua in cui ci si esprime.  Anche gli argomenti più complessi devono essere esposti in modo comprensibile per la cultura che li recepisce. Una delle difficoltà è che alcune frasi del "Padre Nostro" non sono comprensibili. Il lavoro teologico è allora quello di cercare di non banalizzare riproducendo acriticamente dati tradizionali della fede, ma anche di riflettere, andare avanti, non per tradire la tradizione ma per chiarirla. È sintomo di disonestà intellettuale sorvolare sulle cose, sottraendo ai credenti la possibilità di comprendere. Da qui l’importanza di mettere in discussione dei dati che sembrano eterni ma invece sono frutto della cultura. Per dare un senso oggi a queste parole perché possano restare preghiere ma non mantra, frasi vuote. Oggi dobbiamo essere capaci di vivere di fronte a Dio nella Chiesa in una relazione viva”.

    “Una buona traduzione deve avere fedeltà e comprensibilità. Ma ci deve essere anche un salto culturale se vogliamo mantenere la comprensibilità del testo. E inoltre dobbiamo cercare una forma estetica per memorizzarlo e recitarlo coralmente”.

    “Qual è allora il significato di ”Padre”? Dio è Padre, fonte e datore di vita, ha un rapporto vitale con te. Cristo ci da questa direzione: vivere Dio come egli stesso lo viveva, e avere una visione chiara di lui come sorgente di tutto. La parola chiave per capire questa preghiera, dunque, è la relazione. Le parole non sono l’essenza della preghiera, la sua essenza è il rapporto con Dio: tu mi sei padre, io ti sono figlio. È l’azione di Dio nella nostra vita, l’aprirsi verso di Lui dopo aver scoperto la sua apertura verso di noi. Il Padre Nostro è consapevolezza di apertura”.

    “Sia santificato il tuo nome: noi dobbiamo santificare Dio con la nostra vita santa. Il regno di Dio è vicino, è dentro di noi. Il regno è la nostra santificazione. Santifichiamo Dio con una vita santa”.

    “Sia fatta la tua volontà: allude al cammino concreto della fede nella nostra vita di tutti i giorni, nelle nostre scelte, messe in discussioni dal fatto di aver accettato Cristo. Dio apre porte nuove all’umanità grazie a chi abbraccia il suo progetto, per un’umanità solidale, armoniosa e pacifica. Tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli, recita un brano biblico. Il tuo regno passa attraverso il cammino della nostra fede”.

    “Dacci oggi il nostro pane quotidiano: ma cos’è il pane, solo un alimento? No, è il simbolo dell’essenzialità, di condivisione, famiglia, fraternità, delle cose che ci sono care. È il simbolo della relazione fra noi. Cum-panis, il “compagno”. Cos’è l’essenziale per noi? Fammi capire qual è il centro della mia vita e fa che io possa averlo, e io possa capirlo, questo chiede la preghiera. Il Padre Nostro ci invita a una profonda riflessione su noi stessi. Più cose riteniamo indispensabili più ne siamo prigionieri”.

    “Non ci indurre in tentazione: il Padre nostro, come preghiera, non vede nelle tentazione l’occasione per affermare la fede, ma una minaccia della fede e Dio dimostra la sua sollecitudine verso la nostra fragilità. E notiamo una cosa: la prima parola della preghiera è padre, l’ultima è male. Noi siamo tra queste due parole e dobbiamo saper condurre la nostra vita in una direzione o nell’altra. La preghiera va sempre posta “in situazione”: ogni generazione è chiamata a collegare quelle parole a un contesto che le renda eloquente. Il Padre nostro o lo si vive o non lo si capisce”.

    [caption id="attachment_33116" align="aligncenter" width="600"] I relatori Renzo Petraglio (destra) e Giuseppe La Torre (sinistra), moderati da Ernesto Borghi, Presidente ABSI (centro).[/caption]

    Dopodiché la parola a Renzo Petraglio, per un’analisi accurata soprattutto degli ultimi passaggi del "Padre Nostro" e dei problemi che la traduzione pone.

    “Il problema sulla traduzione del Padre Nostro – esordisce Petraglio – ha conosciuto una ripresa con il Concilio Vaticano II. Si passava dalla liturgia in latino a celebrazioni nelle lingue vernacolari. Da ciò nascevano due esigenze: da una parte di essere fedeli al testo biblico, dall’altra la necessità di una traduzione che fosse comprensibile per la maggior parte delle persone che partecipavano alla liturgia”.

    “In realtà, è vero che il "Padre Nostro" non è una preghiera facile da tradurre. Anzitutto, probabilmente Gesù chiamava Dio “papà”, come nel Getsemani. Inoltre “sia santificato il tuo nome”, non dovrebbe piuttosto essere “che il tuo nome venga riconosciuto come santo dalla vita che conduciamo”? Partendo da interrogativi simili ci si è dati da fare per cercare di entrare ancora di più nella realtà della traduzione”.

    “E a questo punto ci viene in aiuto un fatto: spesso la Bibbia non può che essere interpretata con la stessa Bibbia in mano”.

    “Primo esempio: se traduciamo letteralmente Matteo dal greco, avremo “Padre perdonaci i nostri debiti perché anche noi li abbiamo rimessi”. Noi, dunque, per Matteo, siamo il punto di partenza? Davvero Dio deve perdonarci i peccati perché siamo stati noi i primi a farlo? Evidentemente no: se abbiamo la forza di perdonare essa ci viene da Dio. Ma allora come chiarire questo passiaggio? Semplicemente andando a leggere Matteo 18,35: se non perdonerete di tutto cuore al fratello il mio Padre che è nei Cieli non perdonerà a voi. Il consiglio è chiaro: voi iniziate a perdonare con la mia grazia e io perdonerò voi”.

    “E adesso la frase più dibattuta “E non ci indurre in tentazione”. Essa ci deriva dalla traduzione della Vulgata di san Girolamo: et ne nos inducas in tentationem. In realtà, la traduzione del verbo di riferimento implicherebbe due possibilità: “non farci entrare in tentazione” o “Fa tu che non entriamo in tentazione”. Nel primo caso, la preghiera potrebbe far riferimento alla grande “prova” finale, nella quale molti potrebbero perdere la fede. Rivolgendoci a Dio gli chiederemmo di risparmiarci questa prova, questa “tentazione”. Nel secondo caso, invece, saremmo sulla falsa riga del Salmista, quando dice “Fa che il mio cuore non tenda verso una cosa cattiva.”

    “Inoltre, anche il termine tentazione può assumere diversi significati. Esso può valere anche come “prova” che faccia risaltare i nostri doni, le nostre qualità; ma la tentazione vera e propria può nascere solo dal nostro egoismo”.

    “A riguardo Papa Francesco durante un’intervista a Tv2000 ha detto: Nella preghiera del Padre Nostro Dio che ci induce in tentazione non è una buona traduzione. Sono io a cadere, non è Lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto. Un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito. Chi ci induce in tentazione è Satana, è questo il mestiere di Satana”.

    “Cosa c’è da dire – conclude Petraglio – davanti a queste formulazioni? Anzitutto c’è da sperare che, a parte le scelte fatte, si prendano queste differenze come occasione per riflettere sul testo, per vedere soprattutto cosa può significare questo testo anche per noi oggi. Ma non dimentichiamoci che, Bibbia alla mano, c’è un punto inequivocabile, Matteo 26, 41: Giunto al Getsemani, Gesù dice ai suoi discepoli Fate attenzione e pregate affinché non abbiate a cadere in tentazione. Cosa significa? Significa che il fatto di cadere in tentazione è unicamente responsabilità dell’uomo, Dio non centra”.

    “Il problema di fondo – nota conclusivamente La Torre – non è di traduzione ma di condivisione: è importante che il padre nostro sia recitato insieme e ci faccia sentire fratelli nelle parole e nei gesti”.

    In area francofona è stata ormai accettata la versione proposta dalla Bible de Jérusalem “Et ne nous laisse pas entrer en tentation”, in Belgio e in Francia a partire dal 2017, nella Svizzera francese da Pasqua dell’anno scorso. Per quanto riguarda la Svizzera italiana, rimandiamo al blog di Don Emanuele Di Marco, scritto di recente per noi.

    Per un approfondimento del tema, si consiglia anche l’ultimo numero del 2018, interamente dedicato alla questione del Padre Nostro, del Periodico dell’Associazione Biblica della Svizzera italiana, con contributi di Elelna Lea Bartolini De Angeli e dei due relatori della serata.

     

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