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Sab 21 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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  • no_image COMMENTO

    Il Papa, la guerra e i discorsi fondamentalisti e apocalittici degli uomini di potere

    di Cristina Vonzun/catt.ch
    In un contesto internazionale segnato da conflitti sempre più aspri e da una crescente radicalizzazione dei linguaggi, il recente richiamo di Leone XIV si inserisce come una presa di posizione netta. Domenica il Papa ha denunciato «l’assurda pretesa di risolvere divergenze con la guerra». Parole accompagnate da un monito altrettanto chiaro: «Dio non può essere arruolato dalle tenebre». Il Pontefice insiste su un punto cruciale: non è il tempo delle contrapposizioni, né tra religioni né tra identità contrapposte. «Non è il tempo del “noi” contro gli “altri”» e di «un tempio contro un altro tempio», ha ribadito, indicando una via alternativa in un clima globale dove, al contrario, si moltiplicano narrazioni belliche cariche di riferimenti religiosi. «Non ci sono nuove crociate, Dio sta con chi muore, chi soffre, chi sta male», ha detto da Gerusalemme, il cardinale Pizzaballa.

    Escalation di retorica e bombe


    In questi  mesi, infatti, non si fa che assistere a una recrudescenza di retoriche che intrecciano guerra e fede. Non si tratta soltanto dell’uso strumentale e assurdo del nome di Dio per giustificare conflitti ma di un salto ulteriore: l’impiego di chiavi di lettura apocalittiche e millenariste per fondare in Dio la ragione della guerra. Negli Stati Uniti, dove una certa pseudo religione militante ha ritrovato visibilità, emergono episodi che destano preoccupazione. Secondo segnalazioni raccolte da organizzazioni impegnate nella tutela della laicità delle forze armate statunitensi, alcuni comandanti – ispirati dal Segretario alla difesa americano Hegseth che non perde un attimo per citare versetti biblici pronti ad avvalorare l’agire bellico –, avrebbero presentato operazioni militari come parte di un «piano divino», ricorrendo persino a citazioni bibliche, inclusi passi dell’Apocalisse.  In questo quadro, la guerra viene riletta come passaggio necessario verso uno scontro finale, carico di significati escatologici. Una narrativa che si intreccia con la presenza, nel panorama religioso nordamericano, di gruppi evangelicali che considerano il ritorno degli ebrei nella Terra promessa come condizione per la seconda venuta di Cristo. Da qui il sostegno a politiche di espansione territoriale in Medio Oriente e la costruzione di un immaginario  di guerra necessaria, mentre si attende una «battaglia finale». Ma anche Israele e Iran, accompagnano le operazioni militari (e altre violenze) da denominazioni e narrazioni che evocano immagini potenti, tra riferimenti religiosi, simboli identitari e promesse di lunga durata. Un linguaggio che contribuisce ad alimentare la percezione di uno scontro totale, quasi inevitabile e voluto dal divino. In questo scenario, il richiamo del Papa appare come un tentativo di disinnescare queste tremende derive. Non solo rifiutando l’uso strumentale del nome di Dio, ma anche correggendo una diffusa distorsione culturale: quella della pericolosa e falsa contrapposizione tra i templi, cioè fedi. C’è poi il linguaggio apocalittico:  nella tradizione cristiana il testo dell’Apocalisse di Giovanni nasce come messaggio di consolazione per le comunità perseguitate e in difficoltà degli albori del cristianesimo, non come cronaca anticipata di una distruzione imminente. Il suo nucleo è chiaro: il male ha un limite, la storia ha un senso, il bene è destinato a prevalere.


    Leone: la «regola dell’equilibrio»

    Torniamo allora a quella che si potrebbe chiamare la  «regola dell’equilibrio» scelta dal Papa per esprimersi tra intemperanze, apocalittiche e fondamentalismi: un invito a sottrarre la fede alla logica dello scontro e a restituirla a una dimensione di responsabilità, discernimento e pace. In gioco non c’è soltanto l’interpretazione dei testi sacri, ma il rischio concreto che  derive religiose e guerra si alimentino a vicenda, producendo nuove «tenebre»: quelle del conflitto e quelle di un fondamentalismo apocalittico. Dirlo oggi senza urlare, senza retorica rumorosa, è cercare di favorire dialogo e  ragionevolezza in un clima dove quest’ultimo atteggiamento sembra sparito tra toni e azioni sempre più  «esplosive».  «Il peccato più grave è manipolare il nome di Dio per giustificare questa o qualsiasi altra guerra», ha espresso con dolore il cardinale Pizzaballa da Gerusalemme, ribadendo - a sua volta - che non si può lasciare il discorso a chi pensa altrimenti. Ed è drammaticamente vero. 

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