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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (26 gennaio 2026)
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  • Papa Leone XIV ad un'udienza generale

    Il Papa: la morte non è la fine ma un passaggio, attenzione agli scenari del transumano

    “Siamo creature paradossali”, sospese tra la lucidità della mente e l’impotenza del cuore di fronte al mistero della morte. È una consapevolezza che incombe silenziosa, un’eco da rifuggire mentre si cerca riparo tra le promesse della scienza e delle nuove tecnologie, che intravedono “immortalità immanenti”, gli scenari del "transumano" che "si fa strada nell’orizzonte delle sfide del nostro tempo". Ma come fidarsi di questi orizzonti quando nessuno può dire se “una vita senza morire sia anche una vita felice?” È uno degli interrogativi più profondi e delicati dell’esperienza umana quello su cui Papa Leone XIV riflette questa mattina, 10 dicembre, in Piazza San Pietro, dopo il consueto giro in papamobile tra fedeli e pellegrini. Il tema della catechesi — la sesta su La Risurrezione di Cristo e le sfide del mondo attuale, all’interno del ciclo giubilare Gesù Cristo nostra speranza — è La Pasqua di Gesù Cristo: risposta ultima alla domanda sulla nostra morte e si sviluppa attorno all’evento “più naturale e allo stesso tempo più innaturale che esista”.

    La dicotomia della morte

    Il Pontefice introduce questa prima ambivalenza: da una parte, lo zampillare di vita ed eternità che abita il cuore umano, per sé e per le persone amate; dall’altra, il peso della morte vissuta come condanna o “controsenso”. Una seconda dicotomia emerge anche nel modo in cui la società contemporanea si rapporta al decesso: se un tempo era accompagnato da riti e consuetudini, oggi è divenuto un tabù, qualcosa da “tenere lontano”, di cui parlare “sottovoce”, da evitare persino attraverso la semplice visita ai cimiteri.

    Consapevoli e impotenti

    Che cosa è dunque la morte? È davvero l’ultima parola sulla nostra vita?

    Sono quesiti che attanagliano l’essere umano, “perché lui solo sa di dover morire”. Una certezza che appesantisce rispetto alle altre creature. La sofferenza, sottolinea infatti il Papa, è comune anche agli animali, “ma non sanno che la morte fa parte del loro destino. Non si interrogano sul senso, sul fine, sull’esito della vita”.

    Nel constatare questo aspetto, si dovrebbe allora pensare che siamo creature paradossali, infelici, non solo perché moriamo, ma anche perché abbiamo la certezza che questo evento accadrà, sebbene ne ignoriamo il come e il quando. Ci scopriamo consapevoli e allo stesso tempo impotenti. Probabilmente da qui provengono le frequenti rimozioni, le fughe esistenziali davanti alla questione della morte.

    “Una grande maestra di vita”

    Eppure, nel decesso si può intravedere persino un valore pedagogico. Lo ricorda sant’Alfonso Maria de’ Liguori nel suo Apparecchio alla morte, definendola “una grande maestra di vita”. Accostarsi ad essa, meditarla, aiuta a stabilire le priorità dell’esistenza, a liberarsi del superfluo e a vivere nella consapevolezza che il tempo terreno prepara all’eternità.

    Eppure molte visioni antropologiche attuali promettono immortalità immanenti, teorizzano il prolungamento della vita terrena mediante la tecnologia. È lo scenario del transumano, che si fa strada nell’orizzonte delle sfide del nostro tempo. La morte potrebbe essere davvero sconfitta con la scienza? Ma poi, la stessa scienza potrebbe garantirci che una vita senza morire sia anche una vita felice?

    La morte, “parte costitutiva” della vita

    La Risurrezione di Cristo offre la risposta: mostra che la morte non è nemica dell’esistenza, ma ne è una “parte costitutiva”, la porta che si apre alla vita eterna. La Pasqua di Gesù consente di “pregustare”, nel tempo presente, ancora colmo di prove e sofferenze, la pienezza di ciò che viene dopo la morte.

    Una nuova alba

    Una convinzione già colta dall’evangelista Luca, al termine del pomeriggio in cui le tenebre sembravano inghiottire il Calvario: "Era il giorno della Parasceve e già risplendevano le luci del sabato". I primi bagliori del mattino pasquale brillavano in una notte ancora chiusa e muta, annunciando una nuova alba.

    Solo questo evento è capace di illuminare fino in fondo il mistero della morte. In questa luce, e solo in essa, diventa vero quello che il nostro cuore desidera e spera: che cioè la morte non sia la fine, ma il passaggio verso la luce piena, verso un’eternità felice.

    Una casa che attende

    Gesù Risorto ha già tracciato il sentiero attraverso la morte, vincendone la “prova” e preparando per ciascuno un “ristoro eterno”, una casa che attende. Una vita piena, dove il buio e la contraddizione non hanno spazio.

    Grazie a Lui, morto e risorto per amore, con San Francesco possiamo chiamare la morte “sorella”. Attenderla con la speranza certa della Risurrezione ci preserva dalla paura di scomparire per sempre e ci prepara alla gioia della vita senza fine.

    "Perdoniamo e chiediamo perdono"

    Salutando i fedeli di lingua polacca, il Pontefice ricorda la conferenza dedicata al messaggio di riconciliazione che i vescovi polacchi inviarono ai presuli tedeschi sessant’anni fa. Un evento che "cambiò la storia dell'Europa" attraverso le parole "perdoniamo e chiediamo perdono". L'auspicio del Papa è che tale affermazione sia, per i popoli oggi in conflitto, la testimonianza che "riconciliazione e perdono sono possibili quando nascono dal reciproco desiderio di pace e dall’impegno comune, in verità, per il bene dell’umanità".

    fonte: vaticannews

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