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Israele, dopo le elezioni ora la sfida è la ricerca del compromesso

Ci sono sempre pochissime certezze e molte sorprese nelle elezioni israeliane, caratterizzate da una grande frammentazione partitica, che è favorita da un sistema politico fortemente proporzionale. Ma da più di vent’anni un dato è sempre sicuro: Bibi Netanyahu – soprannominato non a caso “il Mago” – possiede una capacità unica di sconfiggere i pronostici che lo danno per perdente, riuscendo sempre a convincere gli israeliani a fare del Likud la lista più votata. Visto dall’esterno, sembra incomprensibile che questo populista spregiudicato, inseguito tanto da mandati di cattura internazionali per i crimini contro l’umanità commessi da Israele a Gaza e in Libano, quanto da processi in patria per corruzione, e odiato da milioni di israeliani che gli imputano il dramma del 7 ottobre, riesca ogni volta a ribaltare i pronostici.

Certo, la sua arma elettorale più potente – viene sempre detto – è la paura. Bibi parla alla pancia degli israeliani come nessun altro: ne acuisce le paure, brandisce come una clava lo slogan di una nuova possibile shoah, ne blandisce le pulsioni più aggressive. Una spiegazione sicuramente vera, ma insufficiente. Non basta dire che gli israeliani votano lui e la sua coalizione razzista e xenofoba per paura. La verità molto più amara e preoccupante è che un numero crescente di israeliani è soggiogato da queste ideologie estremiste, che ignorano il massacro di decine di migliaia di donne e bambini palestinesi a Gaza, che sognano un allargamento territoriale di Israele alla Cisgiordania e al Sud del Libano, con la cacciata (che significa pulizia etnica e deportazione) di centinaia di migliaia di palestinesi, e che approvano l’idea della guerra permanente.

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