Nel delineare il rapporto tra il Signore Dio e gli esseri umani, le immagini che i testi della Bibbia offrono risultano, non di rado, più eloquenti di lunghi discorsi. Il contesto sociale della vita pastorale risulta uno dei più usuali per il mondo biblico (cfr. Gen 49,24; Ger 13,17; 23,1-6; Is 44,28; Ez 34,31; Sal 74,1; 79,13). E la versione giovannea se ne avvale assai efficacemente.
«”1In verità, in verità vi dico: chi non entra nell’ovile delle pecore attraverso la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra attraverso la porta, è un pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce ed egli chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori. 4E quando abbia condotto fuori tutte le proprie pecore, cammina davanti a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece certamente non lo seguiranno, anzi fuggiranno via da lui, perché non riconoscono la voce degli estranei”. 6Questa similitudine disse loro Gesù, ma essi non capirono di che cosa parlasse loro».
Israele è visto spesso come gregge di Dio, così come pastori sono considerati molti dei suoi capi, da Mosè a Davide, passando attraverso Giosuè, i giudici suoi successori e anche lo straniero Ciro. Inoltre un apocrifo primo-testamentario parla del popolo di Israele come un gregge di pecore accecate che recuperano la vista quando il Signore si dedica loro (cfr. 1Enoch 89,41-50).
In Gv 10 viene tracciata la normalità del rapporto tra le pecore e la loro guida secondo una serie di aspetti molto chiari.
Anzitutto vi è l’accesso ordinario al luogo di riparo normale delle pecore e sulla collaborazione di chi ordinariamente fa la guardia al gregge in questo luogo.
Evidente è la relazione fondata sulla conoscenza individuale tra pastore e pecore, che trova nella voce e nel nome i due strumenti essenziali di realizzazione. La voce connota inequivocabilmente la persona alla quale essa appartiene e il nome costituisce, particolarmente per la Bibbia, la sintesi più efficace per esprimere la fisionomia di un essere umano. Il pastore giovanneo evidenzia, sin dall’inizio, una profonda capacità e volontà di rapporto, che trova riscontro nella sequela delle pecore, condizione esclusiva, in questo brano, della loro vita.
L’attenzione del pastore nei riguardi di ogni pecora di sua pertinenza inizia con l’incontro all’interno dell’ovile, ma prosegue sia nell’intervento energico a favore della fuoriuscita di tutte dall’ovile sia nell’atteggiamento di guida lungo il cammino esterno al luogo di ricovero.
Accostarsi alle pecore per una via diversa dall’accesso più diretto e comune denota una “criminale” volontà di male. Chi ha questi connotati non ha nulla che lo faccia assomigliare al pastore conosciuto dal suo gregge. L’estraneità e il conseguente, rapido allontanamento delle pecore sono le conseguenze inevitabili del suo agire.
Il v. 6 sancisce redazionalmente la continuità di questo primo quadro legato alla figura del pastore con la disputa tra Gesù e i giudei del cap. 9:
da un lato, l’incomprensione degli interlocutori è certamente figlia della loro cecità interiore che, di fronte alle parole rivelatorie di Gesù, si manifesta ancora una volta;
dall’altro, l’enigmaticità degli inizi dei discorsi gesuani ingenera la necessità di una spiegazione successiva, che chiarisce e approfondisce quanto detto in precedenza.
«7Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono giunti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entrerà attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e annientare; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in misura sovrabbondante”».
Gesù sposta il discorso verso qualcosa di più “strutturale”, affermando direttamente di essere la via d’accesso anzitutto verso le pecore. Subito dopo, però, rientra nella prospettiva metaforica dei versetti precedenti: non si capirebbe altrimenti il riferimento così negativo ai suoi predecessori e soprattutto al fatto che essi non abbiano ricevuto ascolto.
Questi predecessori sono i tanti falsi annunciatori di Dio e rivoluzionari messianici circolanti all’epoca di Gesù, ma forse anche le autorità ebraiche con cui egli si sta confrontando. Gesù è proprio l’unica via di passaggio verso la salvezza sia in relazione ai capi giudaici sia rispetto a coloro che lo seguono: entrare attraverso Gesù vuol dire porre alprimo posto il bene supremo – la verità che rende liberi, ossia la parola d’amore del Dio di Gesù Cristo (8,31-32) – e, di conseguenza, impegnarsi incessantemente a conseguirlo per tutti.
E in che cosa consiste la salvezza? Secondo il lessico pastorale, la piena libertà di movimento[1], e il raggiungimento della possibilità concreta di nutrirsi. Da un lato, ogni impedimento, fisico, psichico e morale è superato. Dall’altro un gioco di parole, in greco, tra il pascolo (= nomè) e la Toràh (= nómos) è particolarmente suggestivo: quest’ultima, fonte di salvezza per la tradizione giudaica, è sostituita dalla profondità etica di una relazione di vita, quella del Dio di Gesù Cristo. Egli, nel rapporto diretto con sé, dà modo alle “pecore” di essere pienamente se stesse:«questa porta si apre sulla terra della vita, quella dell’amore leale. L’uomo sarà ormai libero dallo sfruttamento cui era sottomesso»[2].
Il ladro non ha le caratteristiche del pastore: i versetti precedenti lo hanno già indicato. Qui il testo accentua la negatività delle osservazioni fatte, sottolineando, con una terna di espressioni dalla tensione crescente, come egli agisca soltanto per violentare, sia pure a vari livelli, gli altri sino al loro annullamento[3].
Il pastore autentico ha un unico scopo: garantire «una vita totale, piena, non esposta a perdersi come quella terrena, ma indistruttibile, come la vita stessa di Dio»[4]. Questa seconda sezione del brano si chiude in completa, tesa positività: anche in Gv Gesù evidenzia la straordinaria generosità di Dio: l’acqua trasformata in vino è in quantità assai ampia (2,6-10); i pani messi a disposizione delle folle affamate sono in misura assai superiore alle necessità (Gv 6,11ss). Pertanto il fatto che egli miri a dare la vita in abbondanza non stupisce minimamente.
Secondo questo brano giovanneo la pienezza di vita è raggiungibile, da parte di chiunque, a condizione che la sua vita passi attraverso questo pastore divino, cioè sia fatta dell’amore per qualsiasi altra pecora, nel modo in cui Gesù di Nazareth ha amato concretamente attraverso relazioni con gli altri solidali e generose. E quanto questo discorso sia più che mai impotante ai tempi della pandemia, è chiaro al di là di qualsiasi parola…
[1] «La locuzione entrare e uscire è di sapore semitico e indica la pienenzza della comunione con il buon Pastore. I semiti infatti esprimono la totalità di un’azione con l’opposizione dei termini contrari» (S. Panimolle, Lettura pastorale del vangelo di Giovanni, II, EDB, Bologna 1985, p. 432).
[2] J. Mateos - J. Barreto, Il Vangelo di Giovanni. Analisi linguistica e commento esegetico, tr. it., Cittadella, Assisi 20004, p. 438. «Come può il Signore essere insieme porta, guardiano e pastore? Si può rispondere che, come si dice più oltre (Gv 14,6), Cristo è Via, Verità e Vita. Come Via al Padre è Porta; come Verità che insegna la Via è Guardiano; come Vita è Pastoreche pasce e conserva la vita» (Bonaventura, Commentarius in evangelio Johannis, X).
[3] L’intensità ascendente della sequenza costituita dai verbi rubare - uccidere - annientare è del tutto chiara.
[4] M. Laconi, Il racconto di Giovanni, Cittadella, Assisi 19932, p. 205.
Ernesto Borghi, Coordinatore della formazione biblica nella Diocesi di Lugano