C’è un luogo in Cisgiordania nel quale la presenza cristiana non è soltanto una testimonianza religiosa, ma una parte viva della storia della Terra Santa. È Taybeh, piccolo villaggio a est di Ramallah, l’ultimo centro palestinese abitato interamente da cristiani, dove la comunità continua a vivere in una condizione di crescente precarietà. È qui che il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha voluto recarsi il 15 agosto, nella festa dell’Assunzione, portando alla popolazione un segno concreto di vicinanza e di incoraggiamento.
La visita del Patriarca assume un significato che va oltre la celebrazione liturgica. Arriva infatti in un momento nel quale Taybeh deve fare i conti con restrizioni agli accessi, intimidazioni e violenze attribuite a coloni israeliani e con il timore, espresso dalla comunità locale, che le pressioni sulla popolazione possano finire per provocare l’abbandono delle terre e delle abitazioni. Il parroco, padre Bashar Fawadleh, ha più volte denunciato una situazione che rischia di trasformare progressivamente un villaggio vivo in un luogo svuotato della sua popolazione.
Durante la messa nella chiesa latina di Cristo Redentore, Pizzaballa ha ribadito che la Chiesa intende continuare a difendere la presenza cristiana nella regione. “Continueremo a fare tutto ciò che è in nostro potere per preservare la presenza ecclesiale qui, a ogni livello, in tutta la Terra Santa”, ha affermato il Patriarca.
È una promessa importante perché la questione di Taybeh si inserisce in una crisi più ampia che riguarda la presenza delle comunità cristiane palestinesi nella Terra Santa. Non si tratta soltanto della tutela di un patrimonio religioso o culturale. In gioco c’è il diritto di una popolazione a continuare a vivere nei luoghi nei quali le proprie famiglie hanno radici antiche, mantenendo scuole, case, attività economiche, luoghi di culto e relazioni comunitarie.
L’Efraim del Vangelo
Taybeh porta inoltre con sé una memoria biblica particolarmente significativa. Il villaggio viene identificato dalla tradizione con Efraim, il luogo nel quale, secondo il Vangelo di Giovanni, Gesù si ritirò con i suoi discepoli prima della Passione. La sua storia cristiana attraversa dunque i secoli e rende questa piccola comunità una delle espressioni più antiche della continuità cristiana nella regione.
Ma oggi quella memoria rischia di essere soffocata dalla realtà quotidiana del conflitto. Già nelle settimane precedenti il parroco aveva denunciato nuovi episodi di violenza e l’ipotesi della realizzazione di un avamposto di coloni israeliani su terreni appartenenti al villaggio. La comunità ha chiesto protezione e attenzione internazionale, mentre cresce la sensazione di essere lasciata sola davanti a una situazione che diventa ogni giorno più difficile.
Il messaggio di Pizzaballa assume quindi anche una dimensione politica e umanitaria, pur restando profondamente radicato nella sua natura pastorale. Difendere Taybeh significa, per la Chiesa di Gerusalemme, difendere la possibilità stessa che i cristiani continuino ad abitare la Terra Santa non come presenze residuali, tollerate o destinate a scomparire, ma come parte integrante della sua storia e del suo futuro.
Il messaggio di Pizzaballa
Il Patriarca ha riconosciuto di non avere risposte semplici davanti a una situazione nella quale le dinamiche politiche e militari sembrano spesso prevalere sulla vita delle persone. Ma proprio da Taybeh ha voluto rilanciare una convinzione: la fede non deve tradursi in rassegnazione. “Credo in Dio. E sono certo che, in Lui, possiamo continuare a dare vita, anche qui a Taybeh”, ha detto durante la celebrazione.
È una prospettiva che riguarda direttamente anche il futuro della Terra Santa. Se i cristiani saranno costretti a partire, non perderà soltanto una comunità religiosa. Si impoverirà ulteriormente un tessuto umano costruito nei secoli, nel quale cristiani, musulmani ed ebrei hanno condiviso una terra segnata dalle grandi tradizioni monoteistiche e, insieme, da conflitti, occupazioni e profonde ferite.
La vicenda di Taybeh ricorda perciò che la pace non può essere misurata soltanto dall’assenza temporanea di combattimenti. La pace passa anche dalla possibilità di restare nella propria casa, coltivare la propria terra, pregare nella propria chiesa, mandare i figli a scuola e costruire un futuro senza paura. Per una comunità piccola come quella di Taybeh, questi diritti elementari sono diventati una forma quotidiana di resistenza.
La visita di Pizzaballa rappresenta così un gesto di prossimità ma anche un appello a non distogliere lo sguardo. “Non dimenticate Taybeh” è, in sostanza, la richiesta che arriva dalla comunità cristiana. Perché il rischio più grande, accanto alla violenza, è il silenzio: quello che accompagna lentamente l’abbandono dei villaggi, la perdita delle comunità e la cancellazione di una presenza storica.
Taybeh chiede invece di poter continuare a vivere. E la difesa di questa possibilità riguarda non soltanto i cristiani, ma tutti coloro che considerano la Terra Santa un patrimonio umano universale nel quale nessuna comunità dovrebbe essere costretta a scomparire.
fonte:farodiroma/redazionecatt
Leggi anche: l’appello del Papa all’Angelus del 16 agosto per i cristiani di quella terra