“Mediocrità”. “Insignificanza”. “Indifferenza”. “Assenza”. Termini più simili a sentenze, che paiono adatti all’odierno avanzare “della secolarizzazione e di un’indifferenza religiosa sempre più diffusa”. Ma soltanto se il metro di giudizio è meramente umano. Papa Leone XIV decide invece di rileggere l’oggi alla luce della logica di Dio, che sceglie la “piccola” Betlemme per entrare nel mondo. Allora qualcosa cambia. Non tutto, perché Betlemme rimane “piccola”, ma è sufficiente una scelta, quella per cui “vale la pena giocarsi la vita”. E si diventa portatori di una libertà e di un amore così grandi da far scaturire un interrogativo: “Perché vive così?”
Se la nostra vita suscita una domanda, avrà dato frutto quando quella domanda guiderà qualcuno fino a Gesù.
Dall'Estadio Centenario di Montevideo, dove nel 1930 si segnarono le prime reti del neonato campionato mondiale, il tifo dei circa 100 mila fedeli, 70mila all'interno dello stadio e 30mila nelle zone circosanti, per il beniamino della serata, il Pontefice, è altrettanto “mondiale” e tutt’altro che mediocre per dimensioni e calore. Un giubilo che accoglie il Vescovo di Roma al suo arrivo in papamobile nell'impianto che celebra il centenario, per l’appunto, della promulgazione della prima Costituzione della Repubblica dell’Uruguay, avvenuta nel 1830. Il Pontefice chiude questa sera, 7 novembre, la seconda giornata del suo viaggio apostolico in America Latina presiedendo una veglia di preghiera arricchita da toccanti testimonianze di giovani e incalzanti momenti musicali guidati da Lucas Sugo, musicista locale considerato una delle figure più importanti della musica tropicale e della cumbia nel Cono Sud.
Una serata, anni di fede
“So che, dietro ciò che si può vedere in una visita breve, ci sono anni interi di fedeltà”. Anche in questo caso il Vescovo di Roma ricalibra la prospettiva, senza ridurre a una sola serata gli annosi sforzi di trasmissione e condivisione della tradizione cristiana da parte di famiglie e comunità che si pongono al servizio del prossimo per amore di Dio.
La Chiesa vi è profondamente riconoscente
Ed è la stessa comunità ecclesiale uruguaiana a ricambiare la gratitudine con un dono quanto mai in sintonia con il luogo che ospita la veglia: una maglietta da calcio, consegnata dal giovane Simòn, prossimo all'ordinazione diaconale, e firmata da tutti i seminaristi del Paese. Proprio coloro per i quali Leone XIV ha invitato a pregare durante la celebrazione dei vespri di ieri sera. In una sorta di presentazione ufficiale di un nuovo giocatore, il Papa posa mostrando il retro della maglietta, con il nome Leòn e il numero 14, entrambi simpaticamente "pasticciati" dalle firme dei futuri sacerdoti.
Essere una minoranza
La meditazione del Papa si fonda sull’odierna crisi della fede, che “ha smesso di trasmettersi con la naturalezza delle generazioni precedenti” e vede crescere “il numero di coloro che attraversano buona parte della loro vita senza un rapporto abituale con la Chiesa, né con la pratica religiosa”. Un fenomeno comune a tanti cristiani in Uruguay.
Per questo la loro esperienza può aiutare fratelli e sorelle in altre parti del mondo che cominciano a scoprire, in modi diversi, che cosa significa essere una minoranza
La piccolezza non è insignificanza
Da qui prende forma il parallelo con Betlemme, menzionata nel brano evangelico letto prima del discorso del Papa (Lc 2, 8-19), definita “piccola” dal profeta Michea, ma anche non “davvero ultima” da san Matteo. Poco cambia nelle dimensioni o “importanza politica”: il rilievo è più profondo.
Quando siamo pochi, quando diminuiscono le forze o quando constatiamo che la nostra presenza sociale non è più la stessa, c’è il rischio di cominciare a giudicare la nostra situazione con criteri molto umani. Il Vangelo ci invita a guardare in un altro modo. Dio ha scelto Betlemme, e questa scelta basta perché non identifichiamo la piccolezza con l’insignificanza
L’assenza dell’assenza
Questa stessa logica divina si manifesta già dalla nascita di Gesù, per il quale, proprio a Betlemme, “non c’era posto, tutto era occupato”. Una frase, uno specchio dell’odierna cultura dell’indifferenza.
La vita si riempie di occupazioni, affetti, progetti e distrazioni, finché l’assenza di Dio smette di essere avvertita come assenza. Si può arrivare a vivere senza cercarlo e, ancor più, senza accorgersi di quanto abbiamo bisogno di lui
Fare posto a Dio, e all’uomo
Le vicende che seguono la nascita del Cristo, il suo essere adagiato in una mangiatoia e il tentativo di ucciderlo da parte di Erode, rientrano in uno schema. “C’è qualcosa di Betlemme che continua a ripetersi”, che relega la fede al solo ambito privato, priva di ispirazioni, contenuti, affinità con la “vita pubblica”
Quando si pretende di costruire un mondo senza Dio, si corre il rischio di non lasciare più posto neppure all’uomo. Ma nulla di tutto ciò cambia la realtà: quel Bambino è Dio e viene a salvare noi. E quel “noi” comprende tutti, perché l’indifferenza, a poco a poco, può entrare anche nella vita di noi che crediamo
Scoprire qualcosa per cui “vale la pena giocarsi la vita”
Il Paese natale di Gesù solleva quindi interrogativi sul posto che Dio ha nel tempo, nelle logiche, nelle case di ciascuno. D’altronde, la strada verso quella mangiatoia va conosciuta, per potere essere indicata agli altri. In tal senso, vengono idealmente incontro i Magi: attratti da una stella lontana che seguirono, ignorando dove li avrebbe condotti. Senza sapere nemmeno spiegare ciò che cercavano.
Cari amici: voi, con umiltà e semplicità, potete riflettere la luce di Cristo nella vostra vita.
Ci saranno, ci sono, persone che “non aprono mai una Bibbia”, o “non sanno nemmeno dire se credono in Dio”.
Ma, vedendo voi, in loro può destarsi il desiderio e la ricerca di Dio, possono scoprire che vale la pena giocarsi la vita
“Perché vive così?”
Il Pontefice dedica quindi un’ampia porzione della sua riflessione ai giovani. Inizia da una parola, comune a ciascuna vocazione: osare. Osare nella scelta di sposarsi e formare una famiglia senza avere paura del “per sempre”, non prestando attenzione a chi dice che “un figlio è un peso”. Da non ignorare, invece, è la chiamata alla vita consacrata, anche quando si ha il timore di “perdere altre possibilità”
Quando perdonare sembrerà una sconfitta, perdonate. Quando tutti vi diranno di pensare prima a voi stessi, non abbiate paura di farvi gli ultimi; siate capaci di dare tempo, soldi, comodità e progetti per servire gli altri. Che chi vi guarda possa chiedersi: “Perché vive così? Da dove trae questa libertà? Perché si amano tanto?”
Dio si incontra “in mezzo alla vita”
Lo sguardo del Vescovo di Roma si posa ancora su Betlemme, sui pastori che custodiscono le greggi senza una stella a guidarli. “Non sembrano cercare nulla”, stando “semplicemente in mezzo alla loro vita”, facendo “ciò che fanno ogni notte”. Ma proprio lì, Dio esce loro incontro:
Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo”
Sono le parole che costituiscono il motto della tappa uruguaiana del Papa in America Latina, ripetute due volte in quanto “dovrebbero occupare sempre un posto centrale nella vita della Chiesa”, perché “le buone notizie hanno sempre bisogno di testimoni”.
La società può trovare in altre istituzioni molte cose di grande valore, ma nessuna può sostituire l’annuncio che l’amore di Dio è più forte della morte, dell’odio, della violenza, della guerra e del peccato. Questa è la gioia che portiamo, questa è la gioia che il Papa viene a ricordarvi
Stessi problemi, nuove persone
“Di tutto il popolo” sarà la gioia, precisa Leone XIV, rifacendosi alle parole dell’angelo. Perché essa arriva “in mezzo alla notte” e irradia tutti, senza distinzioni: chi sta aspettando e chi non cerca nulla. Anche la notte di Montevideo è illuminata da tanti piccoli bagliori: quelle artificiali, certo, degli smartphone agitati dai presenti durante i canti, ma pur sempre capaci di farsi portatrici di una nuova speranza. Ed è un giubilo che cambia i pastori e continua a rivoluzionare le vite di ciascuno, oggi. Si torna allo stesso lavoro, alle stesse strade, “probabilmente agli stessi problemi”. Ma non si è più gli stessi. Si è incontrato Cristo.
“Siate santi!”
L’auspicio del Pontefice è quindi che Gesù entri in ogni aspetto della vita, anche in quelli meno visibili.
“Siate santi!”
Ma cosa significa, esserlo? Non adeguarsi alla semplice rettitudine, o a una “fede di abitudine”. Limitarsi a ciò, infatti, significa offrire solo una parte di sé a Dio.
Donatevi completamente!
Essere santi, ancora, significa traboccare di vita, libertà, autenticità. Essere “persone la cui vita rende desiderabile un sì pieno all’amore, alla verità, alla felicità”.
Non abbiate paura di aspirare a questo. Cristo non ci ha chiamati alla mediocrità, ci ha chiamati a una vita nuova e piena come la sua
Gesù, amico
“Si veda che siamo stati a Betlemme!”, è l’auspicio del Papa che si leva dall’Uruguay. Dal Paese latinoamericano a quella “piccola” località che significa “casa del pane”, dove è nato colui a cui si può parlare “come a un amico”, lasciandosi guardare e cambiare.
Il saluto del cardinale Sturla
“Per gli uruguaiani questo stadio è un luogo di identità, dove il Paese si riconosce come popolo”. Lo ha ricordato, l’arcivescovo metropolita di Montevideo, il cardinale salesiano Daniel Fernando Sturla Berhouet, in apertura della veglia. “Il calcio – ha detto il porporato - è molto importante nella nostra cultura: parliamo della vita con il linguaggio calcistico, e perciò possiamo dire che avere il Papa tra noi è un gran gol”. Tuttavia, ha aggiunto, non ci si può limitare a “fare il tifo dalla tribuna”, perché Cristo invita a “entrare nel campo della vita, e la partita si gioca nel quartiere, in famiglia, sul lavoro”. Così come maglia celeste della nazionale calcistica uruguaiana “si porta con orgoglio – ha osservato l’arcivescovo metropolita -, così vogliamo portare con gioia la maglia di cristiani, affinché chi ci vede scopra la gioia di seguire Gesù”.
Quindi, il cardinale Sturla ha osservato che “in Uruguay le figure del calcio occupano un posto molto speciale, ma per noi cristiani ci incoraggia anche sentirci ispirati da coloro che hanno tracciato il nostro cammino come Chiesa”, come monsignor Jacinto Vera, primo vescovo di Montevideo, beatificato nel 2023 nel medesimo stadio, e il sacerdote salesiano Rubén Isidro Alonso, noto come “padre Cacho”, particolarmente impegnato in favore dei più bisognosi. Così come “la celeste” unisce un intero Paese – ha concluso l’arcivescovo – allo stesso modo la fede “ci convoca come popolo di Dio. In questa tribuna nessuno resta fuori”. Al termine della veglia, il porporato riceve due doni da Leone XIV: un calice e una formella commemorativa del viaggio apostolico raffigurante alcuni simboli della fede dei Paesi che il Papa toccherà, tra i quali la la Virgen de los Treinta y Tres, Patrona dell’Uruguay. Il Pontefice, a sua volta, riceve una statuetta dell'Immacolata Concezione. La veglia si conclude con un suggestivo spettacolo pirotecnico e l'esortazione a essere "santi", appena pronunciata da Leone, più volte ripetuta e amplificata attraverso tutta Montevideo. E al mondo intero.
Fonte: Vatican News