«L’unica via per amare davvero è perdonare». Da questa convinzione, maturata nel cuore della guerra, padre Ibrahim Alsabagh ha fatto partire la sua testimonianza domenica 1° febbraio, alla Sala San Rocco di Lugano, ospite della Confraternita e di 20alle20. Parole semplici, ma dense di vita vissuta, nate da otto anni trascorsi come parroco ad Aleppo, nel pieno del conflitto siriano.
Frate della Custodia di Terra Santa, padre Ibrahim ha voluto anzitutto ringraziare la comunità luganese per il sostegno offerto negli anni alla parrocchia siriana: «Siete stati le mani del Signore». Dopo tre anni di servizio a Nazareth, oggi si trova a Roma, dove sta concludendo il suo dottorato, portando con sé l’esperienza di una Chiesa ferita ma viva.
Nel 2011 la Siria era precipitata in una guerra improvvisa e devastante. Aleppo, un tempo capitale economica del Paese, è diventata un campo di battaglia diviso tra esercito governativo, milizie ribelli e gruppi terroristici. In quel contesto, la vita quotidiana si è trasformata in una lotta per la sopravvivenza: acqua potabile razionata, gasolio reperibile solo al mercato nero, pane introvabile per settimane. Molte famiglie si nutrivano di pane secco per animali; i bambini non avevano mai assaggiato un cioccolatino. Senza assicurazioni sanitarie, curarsi era quasi impossibile, e partorire diventava un rischio enorme. I ricchi erano riusciti a fuggire, i poveri erano rimasti.
Di fronte a bisogni infiniti, padre Ibrahim racconta di essersi trovato un giorno con 15 mila dollari, senza sapere come usarli. Nella preghiera comprese che non era chiamato a salvare tutti, ma a condividere tutto. Da quella scelta di fiducia nacquero opere impensabili, sostenute da una provvidenza che passava attraverso gesti piccoli e concreti.
Il momento più sconvolgente resta però il racconto del missile caduto sulla cupola della chiesa durante la comunione domenicale. Il razzo non esplose. Avrebbe potuto essere una strage; invece nessuno morì. Un anziano gravemente ferito sopravvisse contro ogni previsione, tanto da essere chiamato “Lazzaro” dalla comunità. Quel missile, segno di morte, fu trasformato in un vaso di fiori, attorno al quale i parrocchiani pregavano persino per i membri dell’ISIS e per la loro conversione. «Era come se la Madonna ci avesse coperti con il suo mantello», ha raccontato il frate.
In mezzo alla paura, la parrocchia rimase un luogo aperto: anziani soli, giovani, famiglie spezzate. «Meglio morire insieme in chiesa che da soli in casa», dicevano. Perché la guerra distrugge tutto, soprattutto la fede, e solo una fede vissuta insieme può resistere. Oggi più che mai, in una fase storica della Siria, dopo la caduta del regime di Assad, dove le domande rimangono ancora immancabilmente aperte.
Padre Ibrahim ha concluso tornando al punto di partenza: «L’unica via per amare davvero è perdonare». Anche tra le macerie, solo così può nascere una speranza vera.