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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (17 febbraio 2026)
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  • Papa: martirio vuol dire testimonianza e fedeltà al Vangelo

    I martiri non vivono per sé, non combattono per affermare le proprie idee e accettano di dover morire solo per fedeltà al Vangelo. Con queste parole Papa Francesco torna nella catechesi dell’udienza generale a riflettere sulla speranza cristiana, qui intesa come “forza dei martiri”, spiegando che il martirio comunque non è “l’ideale supremo della vita cristiana”, perché al di sopra di esso vi è la carità, cioè l’amore verso Dio e verso il prossimo:

    “Ripugna ai cristiani l’idea che gli attentatori suicidi possano essere chiamati ‘martiri’: no, questi non sono martiri, non c’è nulla nella loro fine che possa essere avvicinato all’atteggiamento dei figli di Dio. A volte, leggendo le storie di tanti martiri di ieri e di oggi - che sono più dei martiri dei primi tempi - rimaniamo stupiti di fronte alla fortezza con cui hanno affrontato la prova. Questa fortezza è segno della grande speranza che li animava: la speranza certa che niente e nessuno li poteva separare dall’amore di Dio donatoci in Gesù Cristo”.

    Partendo dal brano evangelico di Matteo, in cui Gesù, inviando i discepoli in missione, non li illude “con miraggi di facile successo” ma li avverte chiaramente che l’annuncio del Regno di Dio “comporta sempre una opposizione”, specificando che per questo saranno “odiati da tutti”, il Pontefice spiega che “i cristiani amano, ma non sempre sono amati”, cioè in una misura “più o meno forte” la confessione della fede avviene “in un clima di ostilità”.

    “I cristiani sono dunque uomini e donne ‘controcorrente’. E’ normale: poiché il mondo è segnato dal peccato, che si manifesta in varie forme di egoismo e di ingiustizia, chi segue Cristo cammina in direzione contraria. Non per spirito polemico, ma per fedeltà alla logica del Regno di Dio, che è una logica di speranza, e si traduce nello stile di vita basato sulle indicazioni di Gesù”.

    Soffermandosi sull’indicazione di “povertà” per i cristiani, il Papa evidenzia a proposito dei discepoli come Gesù metta quasi “più cura” nello “spogliarli” che nel “vestirli”: un cristiano che non sia “umile e povero”, “distaccato dalle ricchezze e dal potere” e soprattutto distaccato “da sé” – sottolinea Francesco - non assomiglia a Gesù. Il cristiano percorre dunque la sua strada “con il cuore pieno d’amore”:

    “La vera sconfitta per lui o per lei è cadere nella tentazione della vendetta e della violenza, rispondendo al male col male. Gesù ci dice: ‘Io vi mando come pecore in mezzo a lupi’. Dunque senza fauci, senza artigli, senza armi. Il cristiano piuttosto dovrà essere prudente, a volte anche scaltro: queste sono virtù accettate dalla logica evangelica. Ma la violenza mai. Per sconfiggere il male, non si possono condividere i metodi del male”.

    L’unica forza del cristiano è il Vangelo. E nei tempi di difficoltà, prosegue Francesco, “si deve credere che Gesù sta davanti a noi” e “non cessa” di accompagnarci. La persecuzione, assicura, “non è una contraddizione al Vangelo”, ma ne fa parte, proprio perché è stato il nostro Maestro ad essere perseguitato. Per questo anche “nel bel mezzo del turbine” il cristiano non deve perdere la speranza, pensando di essere stato abbandonato:

    “Nessuna delle sofferenze dell’uomo, nemmeno le più minute e nascoste, sono invisibili agli occhi di Dio. Dio vede, e sicuramente protegge; e donerà il suo riscatto. C’è infatti in mezzo a noi Qualcuno che è più forte del male, più forte delle mafie, delle trame oscure, di chi lucra sulla pelle dei disperati, di chi schiaccia gli altri con prepotenza… Qualcuno che ascolta da sempre la voce del sangue di Abele che grida dalla terra”.

    I cristiani devono dunque farsi trovare sempre sull’“altro versante” del mondo, quello scelto da Dio:

    “Non persecutori, ma perseguitati; non arroganti, ma miti; non venditori di fumo, ma sottomessi alla verità; non impostori, ma onesti. Questa fedeltà allo stile di Gesù – che è uno stile di speranza – fino alla morte, verrà chiamata dai primi cristiani con un nome bellissimo: ‘martirio’, che significa ‘testimonianza’. C’erano tante altre possibilità, offerte dal vocabolario: lo si poteva chiamare eroismo, abnegazione, sacrificio di sé. E invece i cristiani della prima ora lo hanno chiamato con un nome che profuma di discepolato”.

    La preghiera è dunque affinché Dio ci doni la forza di essere suoi testimoni, per vivere la speranza cristiana “soprattutto nel martirio nascosto di fare bene e con amore i nostri doveri di ogni giorno”. Nei saluti nelle varie lingue, il Pontefice ricorda che domani la liturgia ci propone il martirio dei Santi Pietro e Paolo, patroni di Roma, e - salutando in particolare gli ospiti degli arcivescovi metropoliti che domani riceveranno il pallio - auspica che il Signore conceda anche a noi “la forza per essere Suoi fedeli testimoni”. Infine esorta a coltivare l’amicizia con i sacerdoti, particolarmente quelli “più soli”, sostenendo la loro vocazione e accompagnando il loro ministero.

    Giada Aquilino (RadioVaticana)

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