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Perchè quella notizia sul Papa che nessuno si aspettava ci rende tutti più vicini

di Cristina Vonzun/catt.ch/catholica/cdt

Lo ha scritto in questi giorni madre Cristiana Dobner, penna attenta e profonda, dalla sua clausura sopra Lecco: «La Liturgia delle ore che scandisce il nostro vivere con la Chiesa e nella Chiesa ha sempre presenti tutti i malati, tutti i bisognosi di attenzione, tutti coloro che cercano Dio e non lo trovano o lo negano (…). Leone non vorrebbe che tutte le preghiere si riversassero solo su di lui, ma certamente vuole che tutti i pellegrini sulla terra insieme si sentano scortati e aiutati a volgere lo sguardo al Padre misericordioso». È difficile trovare un’immagine più adeguata per descrivere ciò che si è risvegliato nel cuore di tanti davanti alla notizia, improvvisa, dell’intervento e poi della diagnosi del Papa: una partecipazione che si fa preghiera, vicinanza, desiderio di accompagnarlo in un momento di fragilità.

Ma c’è qualcosa di più. Madre Dobner ci invita a non fermarci a lui, a rivolgere lo sguardo anche verso quella moltitudine di persone che, lontano dai riflettori e dalle telecamere, combattono ogni giorno la loro battaglia silenziosa. Perchè la malattia del Papa, pur nella singolarità del suo ruolo, ci mette davanti a una condizione che appartiene a tutti: prima o poi, in un modo o nell’altro, la fragilità entra nella vita di ciascuno di noi. La malattia ha cause genetiche, ambientali e altre ragioni che nulla hanno a che vedere con presunti disegni divini. Dio, semmai, è il Dio della vita, non della morte.

Il Dio cristiano non spiega il dolore attribuendolo alla propria volontà: accompagna chi soffre, chiunque egli sia.  Gesù Cristo ha conosciuto nella propria carne la paura della morte, il dolore del tradimento e quello fisico della croce, l’angoscia nell’orto degli ulivi, la solitudine del carcere e dell’abbandono. Di fronte alla malattia del Papa, il pensiero corre anche a una vicenda che appartiene alla memoria ancora viva di molti ticinesi.

L’esempio di Corecco

Abbiamo avuto un vescovo colpito da una tipologia di malattia simile: Eugenio Corecco. Tra le eredità che ci ha lasciato c’è il modo in cui ha saputo vivere e interpretare la propria sofferenza. In un’intervista alla trasmissione RSI Controluce, il 23 gennaio 1994, disse: «La malattia mi rende forse più utile di quanto lo sia la salute». Corecco visse quel tempo della sua esistenza senza nasconderne il peso, ma cercando di abitare anche quella condizione alla luce della fede. La sua testimonianza ci ha lasciato una lezione preziosa: il cristiano non è colui che soffre meglio degli altri, ma colui che non deve fingere di non soffrire per continuare a credere. La fede, infatti, non offre una spiegazione per ogni evento, né chiede di dover comprendere sempre ciò che accade ma è vivere  anche l’imprevedibile senza rinunciare alla propria umanità, a Dio e alla propria vocazione e missione.

La misericordia del Padre, uno sguardo a cui ogni cristiano è chiamato

Torniamo, infine, all’osservazione di madre Dobner: sullo sfondo delle vicende personali e collettive c’è la misericordia del Padre. È la fiducia che nessuna fragilità sia estranea allo sguardo d’affetto di Dio, quello sguardo che il cristiano è chiamato a fare suo. È forse questo il primo impegno che la malattia del Papa ci richiama a riscoprire: sentirlo vicino, pregare per lui e, insieme, imparare a sentire vicini i tanti che soffrono, lontano dai riflettori. 

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