di Federico Anzini
Il 12 ottobre 2006, all’ospedale San Gerardo di Monza, moriva Carlo Acutis. Aveva quindici anni; una leucemia fulminante lo aveva portato via in pochi giorni. Oggi, a vent’anni esatti, ricorre la sua memoria liturgica, la seconda da quando papa Leone XIV lo ha proclamato santo in piazza San Pietro, il 7 settembre 2025. Nelle ultime settimane il suo volto è entrato in milioni di case: domenica 27 settembre Canale 5 ha trasmesso in prima serata Il mio nome è Carlo, film tv di Giacomo Campiotti, visto da 4,27 milioni di spettatori, quasi il 30% di share.
Tre età, un ragazzo
Il film segue Carlo in tre momenti: bambino, ragazzino, poi quindicenne al primo anno di liceo. Samuele Carrino, sedici anni, presta il volto all’adolescente; Lucia Mascino e Flavio Parenti sono i genitori, Antonia Salzano e Andrea Acutis.
Le riprese sono partite il 9 marzo a Milano, nei luoghi veri: le Marcelline, il Leone XIII, la chiesa di Santa Maria Segreta, l’ospedale Galeazzi, dove al dodicesimo piano si è girata la scena dell’unzione degli infermi. Le ultime, tra i castagni della Brianza, a Villa Menta e a Oggiono. Carrino è andato alla fonte: «Ho visto tanti video di Carlo, proprio quelli girati da lui. Mi hanno fatto venire la pelle d’oca». Tra le scene che gli sono rimaste, una quasi muta con un senzatetto: «Bastavano gli sguardi per capire tutto».
Uno sguardo di famiglia
Il racconto nasce dal libro della madre, Il segreto di mio figlio, e i genitori hanno seguito il lavoro da vicino. «Quando ho visto il film ho riconosciuto il mio Carlo», ha detto Antonia Salzano alla presentazione. Il regista conosceva il rischio del “santino”: «La sfida era non farlo mai diventare un maestrino». In buona parte ci riesce. Il Carlo adolescente è simpatico, circondato da amici, lontano dal moralismo.
Sul divano di casa
È un film da guardare insieme, genitori e figli sullo stesso divano. Gli amici di Carlo al liceo, la ragazza superficiale, il bullo, il compagno messo ai margini, aprono un discorso su come si sta in un gruppo. Poi gli schermi, tema di ogni sera. La madre racconta che Carlo, ricevuta una PlayStation a otto anni, decise da solo di giocarci un’ora alla settimana: a tavola vale più di una predica. Con i più piccoli, nelle scene in ospedale, conviene starci vicino. Per loro esistono anche i pieghevoli a fumetti dell’associazione ERES, realizzati nella nostra Diocesi di Lugano per la canonizzazione.
In parrocchia e in oratorio
In catechesi la struttura del film diventa uno strumento. Le tre età di Carlo parlano a tre gruppi diversi: i bambini della Prima Comunione possono partire dal piccolo che scopre Gesù prima dei suoi genitori; i preadolescenti dal ragazzino curioso; cresimandi e gruppi giovanili dal quindicenne alle prese con amici, scuola e malattia. Più della proiezione integrale funziona un cineforum a spezzoni: una scena, una domanda, il tempo per rispondere. Al Leone XIII lo chiamavano «il Carlo delle domande». Si può cominciare da lì.
Il Ticino e Carlo
In Ticino Acutis non è un nome nuovo. Dal maggio 2023 una sua reliquia è custodita nella cappella dell’Adorazione della chiesa di Cadro: l’idea era nata in parrocchia, dopo un pellegrinaggio di famiglie ad Assisi. Nel novembre 2024 Mendrisio ha ospitato la mostra sui miracoli eucaristici che lui stesso aveva ideato. Fino al 26 settembre, nel chiostro di Santa Maria delle Grazie a Bellinzona, c’era «Carlo Acutis. Una semplicità straordinaria», promossa dalle Scuole Santa Maria e dalla Parrocchia del Cristo Redentore dell’uomo. Per la curatrice Camilla Marzetti: «Essere santi non significa essere perfetti. Carlo era un ragazzo come tutti».
Una sezione di quella mostra aveva un titolo di tre parole: «Perché non io?». Il film la lascia aperta. Qualcuno, dopo i titoli di coda, questa domanda se la porterà a catechismo, in oratorio o semplicemente a cena.