“È un’onda blu che ha pochi precedenti. Tuttavia, si tratta più di una sconfitta del trumpismo che di una vera e propria vittoria del Partito Democratico”. Massimo Faggioli, professore a Villanova University di Philadelphia, quella degli agostiniani dove ha studiato Robert Prevost, commenta all’agenziasir così i risultati delle midterm elections che hanno sfondato il muro repubblicano di Trump. “Più che un’onda, è uno tsunami blu”, ha commentato la Cnn davanti ai primi risultati. “È un risultato – osserva Faggioli – determinato da alcune condizioni particolari, soprattutto sul piano economico, e dall’evidente scandalo rappresentato dalla presidenza Trump”.
Tra i risultati più significativi la vittoria di James Talarico in Texas, di Abdul El Sayed in Michigan, di Roy Cooper nel North Carolina, mentre nel South Carolina Annie Andrews ha conquistato il seggio senatoriale, una vittoria particolarmente significativa perché i dem non vincevano un’elezione senatoriale nello Stato da oltre vent’anni.
Prof. Faggioli, emergono volti interessanti tra i nuovi governatori, persino in Stati in cui non ci si aspettava un simile risultato. Significa che esiste un’America diversa da quella che immaginavamo?
Sicuramente c’è un’America nuova, caratterizzata da volti inediti, sia dal punto di vista generazionale — si tratta infatti di figure giovani — sia per quanto riguarda il loro retroterra etnico e religioso. Sono personalità che hanno poco a che fare con la generazione di Joe Biden e con quella di Obama, che rappresentava un modello di politico più tradizionale. Questi nuovi protagonisti portano con sé storie, orizzonti e aspettative sull’America che non sono facili da conciliare tra loro, soprattutto a livello nazionale. Vincere le elezioni in uno Stato, infatti, è cosa ben diversa dal conquistare la Presidenza degli Stati Uniti. È dunque un’America nuova e più sfaccettata, che ha espresso un chiaro rifiuto del trumpismo.
Si tratta di una reazione salutare, ma, dal punto di vista ideologico, il Partito Democratico rimane molto articolato e deve ancora capire quale messaggio nazionale proporre, andando oltre la semplice opposizione al trumpismo.
Cosa succede adesso?
Innanzitutto, Trump ha dichiarato di accettare il risultato delle elezioni. Considerati i suoi precedenti, non era affatto scontato. Si tratta però di una presidenza indebolita, che dovrà fare i conti con un Congresso a maggioranza democratica.
Tuttavia, al Senato i democratici dispongono soltanto di una maggioranza semplice, inferiore ai 60 voti: una condizione che rende impossibile portare avanti alcune iniziative.
Finora l’amministrazione Trump ha governato in larga misura attraverso decreti presidenziali, senza incontrare particolari ostacoli da parte del Congresso, che allora era a maggioranza repubblicana. Da oggi, però, gli equilibri potrebbero cambiare. Restano, poi, moltissime questioni aperte: dalla guerra in Iran ai rapporti con Israele e con l’Europa. Si tratta di ambiti che rimangono in larga misura nelle mani della Presidenza Trump che ha già dimostrato in passato un approccio molto personalistico nell’interpretazione e nella gestione della Costituzione.
Quindi, sostanzialmente, che cosa cambierà?
Una dinamica è già cominciata: all’interno del Partito Repubblicano si stanno affilando i coltelli in vista della resa dei conti, per capire chi sarà in grado di raccogliere i cocci e ricomporre il partito in vista delle elezioni del 2028. I successori più accreditati di Trump, il vicepresidente Vance e il segretario di Stato Rubio, escono da questa vicenda molto indeboliti. Sarà difficile per loro liberarsi dell’eredità del trumpismo, di cui sono stati profondamente permeati per molti anni. Sul piano della politica internazionale, militare e della sicurezza, invece, le decisioni restano ancora nelle mani dell’esecutivo. Bisognerà capire se l’amministrazione abbia compreso che l’orientamento finora intrapreso, rende impopolari il Presidente e il suo governo, oppure se continuerà a seguire i propri istinti più radicali, perseverando nelle scelte fatte finora. È difficile fare previsioni in questo senso.
Dal punto di vista invece più sociologico, quale America emerge dopo questo voto?
È un’America nuova. I volti emersi da queste elezioni — i nuovi governatori e i nuovi senatori democratici — rappresentano un Paese che, per certi aspetti, è ormai post-europeo e post-occidentale. Significa che la nuova classe dirigente democratica sembra preoccuparsi più della questione palestinese che della Polonia, più della situazione interna degli Stati Uniti che della Nato.
Tuttavia, il fatto che Trump sia stato sconfitto significa che, se prima aveva conquistato l’America con lo slogan “Make America Great Again”, oggi quell’idea sembra essersi completamente dissolta.
Donald Trump ha infranto il tabù secondo cui l’America fosse già grande. Oggi tutti sembrano concordare sul fatto che gli Stati Uniti non siano più grandi come un tempo e che anzi, sia necessario ricostruirli. Le ricette per farlo, però, sono molto diverse tra loro. Quella proposta da Trump, che immaginava un’America nuovamente grande sulla base di un’ideologia razziale, etnocentrica e nazionalista, è stata sconfitta in queste elezioni. Ma la questione della ricostruzione del Paese rimane aperta.
Come affrontarla?
Basta girare per le città americane e osservare, per esempio, le condizioni in cui versano i trasporti pubblici per rendersi conto della portata del problema. Questa esigenza di ricostruzione resta dunque centrale. Sarà necessario investire enormi risorse economiche. Il vero problema, però, è che in queste elezioni ha perso Donald Trump, mentre il centro nevralgico del potere politico e finanziario americano si trova nella Silicon Valley. Parliamo di persone che non hanno bisogno di candidarsi alle elezioni, perché non ne hanno interesse e, soprattutto, non credono nel sistema democratico. Faccio riferimento al predominio quasi feudale dei cosiddetti “signori dell’universo”: Elon Musk, Mark Zuckerberg, Peter Thiel e tutta la cerchia che ruota intorno a loro. Questi soggetti hanno già acquisito un’enorme influenza sul sistema americano, penetrandone profondamente i meccanismi. E un’elezione non è sufficiente a limitarne il potere.
Non siamo di fronte a una battaglia politica qualsiasi: il trumpismo era il bersaglio più immediato, ma il vero obiettivo è il muskismo di Elon Musk.
Da qui al 2028, quale sarà il compito dei democratici?
Devono innanzitutto individuare una piattaforma politica chiara, sia in materia economica sia su temi come l’immigrazione sia sulla politica estera. Dovranno quindi elaborare un programma che possa risultare convincente a livello nazionale e soprattutto individuare un leader in grado di rappresentarlo. Serve una figura capace di aggregare sensibilità diverse e di parlare all’intero Paese ma si tratta di una discussione che non è ancora iniziata apertamente.
Insomma, pare di capire che è stata vinta una battaglia, ma non la guerra?
Assolutamente. La partita è appena cominciata.
fonte: sir/catt.ch