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    Leone XIV vs Donald Trump: lo scontro geopolitico di due logiche opposte

    di Markus Krienke / corrierenazionale.net

    Inaspettatamente, Leone XIV è stato catapultato al primo piano della geopolitica, dopo quasi un anno di Pontificato in sordina: l’affermazione di Trump di voler radere al suolo «un’intera civiltà» – una chiara escalation rispetto ad un intervento militare volto a eliminare un regime a Teheran, così come era accaduto a Caracas – ha provocato la risposta di Leone a Castel Gandolfo il 7 aprile: «è veramente inaccettabile». Dopo mesi di appelli alla pace, mirati ma non indirizzati esplicitamente a The Donald (cfr. soprattutto il discorso al Corpo diplomatico il 9 gennaio), Leone ha deciso di “scendere in campo”.

    In Vaticano, non si era dimenticato il trattamento brusco riservato al Nunzio apostolico a fine gennaio al Pentagono (episodio di cui, tranne una smentita non del tutto credibile, non si hanno molte notizie). Trump, a sua volta, ha compiuto il passo finora scrupolosamente evitato di attaccare direttamente il Papa – definito «debole sul fronte della criminalità» e «pessimo in politica estera» – e, allo stesso tempo, ha radicalizzato la sua interpretazione teologica della politica, inscenandosi, in un post realizzato con l’IA e in un atto di blanda blasfemia, come il Messia.

    La risposta del Papa, dal volo verso l’Algeria, evidenzia la logica diversa del suo agire: proprio perché segna il chiaro distacco dalla teologia politica che sta dietro all’azione di Trump, essa ne costituisce la sfida più radicale. Basandosi sul terreno religioso (non politico) del Vangelo, Leone afferma di «non avere paura», cioè di non corrispondere alla logica dell’intimidazione del Presidente americano. In questo modo Leone vuole certamente evitare che la logica del Vangelo possa essere utilizzata in chiave “anti-Trump”, perché ciò significherebbe usare la religione nello stesso modo dell’amministrazione americana, seppur con segno opposto. Ecco perché da parte del Vaticano si è sempre evitato – e tuttora si cerca di evitare – che Leone potesse essere funzionalizzato come “anti-Trump”: il linguaggio del Papa appare sempre ben ponderato, collocandosi al livello della fede religiosa e non delle logiche politiche, fino all’affermazione: «Non entro in dibattito con lui». Il presidente dei vescovi cattolici statunitensi Paul S. Coakley, ha sottolineato infatti che «Papa Leone non è il suo rivale; né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime».

    Che la risposta di Leone sia però, allo stesso tempo, profondamente politica e dunque certamente “anti”, emerge con chiarezza nella reazione di JD Vance, che ha chiesto al Papa di «attenersi alle questioni morali». In questo modo si ripropone, in salsa contemporanea, lo scontro “Papa e Imperatore”. Già all’inizio di ottobre Leone aveva affermato che chi si professa “pro-life” con una posizione anti-abortista (come fa la destra americana) dovrebbe anche essere contro la pena di morte. Ma soprattutto aveva aggiunto: «chi dice “sono contrario all’aborto ma sono d’accordo con il trattamento disumano degli immigrati che si trovano negli Stati Uniti”, non so se sia pro-life». Prevost aveva dunque esteso la questione “puramente morale” dell’aborto alle politiche estreme “anti-crimine” della destra di Trump. Invasione di campo? Dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa non lo è. Due affermazioni sembrano invece avvicinarsi a questo limite: la sottolineatura dell’ordinario militare Timothy Broglio secondo cui i cattolici possono disobbedire ad ordini ingiusti e immorali (espressa già a gennaio), nonché l’appello del Papa a «cercare come comunicare con i «congressisti», cioè i rappresentanti del popolo americano al Congresso, per chiedere la realizzazione dei valori umani nella politica.

    Così, in questi giorni hanno iniziato a “parlarsi” – o meglio ad attaccarsi direttamente – i due americani che finora avevano cercato di evitare uno scontro diretto, forse inevitabile fin dall’inizio. Sin dall’inizio, quando Trump cercava di influire sul Conclave (e di imporre il suo candidato Timothy Dolan), mentre ne usciva l’inaspettato Prevost. In questo senso sì: il “fattore Trump” ha contribuito – insieme ad altri motivi – all’elezione di quest’ultimo, ma non come voleva fatto credere The Donald quando affermò: «se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano». Nel frattempo lo scontro era più indiretto: mentre i “tre cardinali” Cupich, McElroy e Tobin – del resto fedelissimi a Francesco – criticarono le politiche di Trump che distruggono il “ruolo morale” dell’America, quest’ultimo mandava Peter Thiel a Roma per tenere conferenze sull’Anticristo.

    Ciò che è successo in questi giorni, come escalation di un conflitto in atto da molto tempo, è dunque una reciproca invasione di campo che entrambi avevano finora cercato di evitare. L’affermazione fatta al Pentagono di portare il Papato ad una «seconda cattività avignonese» (ad Avignone, dal 1309 al 1377 i Papi erano sotto il controllo della corona francese) e la fermezza del Papa che, come Leone Magno di fronte ad Attila salvando Roma (452), resiste alla forza bellica, parlano chiaro. E proprio perché si tratta di due logiche diverse, quella politica e quella religiosa, lo scontro si fa radicale. Bisogna infatti considerare che la “logica politica” di Trump non è più quella di un’America che difende l’ordine internazionale e i diritti universali, bensì quella suprematista che agisce con la violenza (prima verbale poi fisica). La “logica religiosa” di Prevost invece parla – in questo erede fedele di Francesco – nel nome degli oppressi e di coloro che soni schiacciati da tale potere, ponendosi con entrambi i piedi sul Vangelo.

    “Civitas terrena” e “Civitas dei”, per utilizzare la terminologia agostiniana delle due logiche: e mentre Trump realizza la tentazione secolare di identificare queste due realtà con forze storico-politiche concrete (l’“impero” e il “papato”), Leone – già Priore Generale degli Agostiniani – mantiene ferma la vera intenzione di Sant’Agostino ossia che la logica della carità debba incarnarsi nella sfera politica, realizzandovi la “suprema forma della carità”, come diceva Paolo VI. Una posizione che riecheggia nelle parole pronunciate proprio ieri nel suo messaggio inviato alla Pontificia Accademia delle Scienze sociali: «la legittimità dell’autorità non dipende dall’accumulo di potere economico o tecnologico, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata».

    Con la sua ferma resistenza a Trump, il Papa è diventato di fatto la massima autorità a difendere l’ordine giuridico-istituzionale internazionale e un’idea di società universale aperta agli esclusi. E mentre Trump scrive: «non voglio un Papa che critichi il presidente americano», non fa che dimostrare quanto importante sia proprio la figura di Prevost nello scenario geopolitico attuale. Nel suo discorso dell’11 aprile il successore di Pietro aveva sottolineato: «Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita». Resta dunque la domanda: questo confronto può davvero segnare l’inizio del declino della parabola politica di Trump?

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