Consenso Cookie

Questo sito utilizza servizi di terze parti che richiedono il tuo consenso. Scopri di più

Vai al contenuto
Mar 31 mar | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
Advertisement
  • no_image COMMENTO

    La guerra in Medio Oriente rischia di affamare altri 45 milioni di persone

    di Guglielmo Gallone

    A giugno altri 45 milioni di cittadini dei Paesi poveri potrebbero trovarsi in una condizione di grave insicurezza alimentare, oltre ai 318 milioni che già oggi lo sono. Il dato è stato diffuso nei giorni scorsi dalle Nazioni Unite e dà la misura della vera posta in gioco legata alla guerra in Medio Oriente. Il punto è che il blocco, i ritardi e i rincari che attraversano lo Stretto di Hormuz stanno colpendo sì il settore energetico col petrolio e col gas, ma allo stesso tempo stanno colpendo uno degli snodi più fragili dell’economia globale: la produzione e il commercio dei fertilizzanti, cioè la base dell’agricoltura moderna.

    Questo settore dipende da tre nutrienti fondamentali: azoto, fosforo e potassio. I fertilizzanti azotati, come ammoniaca e urea, sono prodotti a partire dal gas naturale. Il fosforo dipende invece dallo zolfo, sottoprodotto della raffinazione di petrolio e gas utilizzato per trasformare la roccia fosfatica in fertilizzante. Ed è qui che la crisi di Hormuz diventa crisi del cibo. Gli attacchi agli impianti di gas naturale liquefatto (Gnl) di Iran e Qatar della scorsa settimana hanno costretto QatarEnergy a fermare la produzione in uno dei maggiori complessi mondiali di urea. Di riflesso, le spedizioni di urea, ammoniaca e zolfo sono state ritardate o dirottate, spingendo gli acquirenti a cercare forniture alternative.

    Ma dal momento che sono tanti i Paesi a fare i conti con i prezzi dell’energia in forte aumento e con i rischi di una scarsità di offerta, il problema è rimbalzato e non riguarda più soltanto le esportazioni dal Golfo: se il gas non arriva agli impianti, o se i nutrienti agricoli non possono essere spediti, gli agricoltori semplicemente ne usano meno e, di riflesso, le rese diminuiscono. Il risultato è semplice: come affermato dal Commodities Research Unit (Cru), il 43 per cento del commercio mondiale di urea è a rischio a causa del conflitto in Medio Oriente, mentre circa il 45 per cento delle esportazioni globali di zolfo — componente chiave per i fertilizzanti fosfatici — passa proprio attraverso lo Stretto.

    L’epicentro di questa vulnerabilità è anzitutto l’Asia meridionale ed è da qui che si può trarre la prima lezione economica di questa crisi: la globalizzazione è tutt’altro che è finita. Se ne è parlato molto in questi anni, specie dopo la crisi del Covid-19, coniando nuovi termini come deglobalizzazione e propagandando un ritorno dell’isolazionismo, ma la realtà sta dimostrando tutt’altro: il mondo è sempre più interconnesso e i riverberi di una crisi non hanno confine. Oggi India, Pakistan e Bangladesh dipendono dal gas importato dal Golfo per produrre i propri nutrienti agricoli. Nuova Delhi, uno dei maggiori consumatori mondiali di fertilizzanti, importa circa un terzo del proprio fabbisogno e dipende pesantemente dal Golfo; lo stesso vale per la sua produzione interna, che si basa su Gnl importato, di cui circa il 40 per cento proviene dal Qatar, così come per altri input fondamentali, come fosfati, potassio e zolfo. Poiché il governo di Narendra Modi ha razionato il gas, le forniture agli impianti di fertilizzanti nel Paese sono state ridotte al 70 per cento dei livelli normali. In Bangladesh, la scarsità di gas ha costretto alla chiusura temporanea, in momenti diversi nelle ultime settimane, di quattro dei cinque impianti statali di fertilizzanti.

    Ulteriore scossa per l’area asiatica potrebbe essere la decisione cinese, di cui si sta parlando diffusamente in questi giorni, di ordinare agli esportatori di sospendere le spedizioni di fertilizzanti verso l’estero per alcune linee di prodotto. L’iniziativa seguirebbe le istruzioni impartite questo mese alle grandi raffinerie statali di fermare le esportazioni di carburante per aerei, diesel e cherosene. La Cina è il secondo esportatore mondiale di fertilizzanti, dopo la Russia, e un importante fornitore di fertilizzanti per l’India, dal momento che copre circa il 10 per cento delle sue importazioni, così come per vari Paesi del Sud-Est asiatico. Le autorità delle Filippine hanno dichiarato questa settimana che, pur avendo ricevuto assicurazioni da Pechino sulla continuità delle forniture, stanno valutando fonti alternative. Pure il Vietnam è tra i Paesi più esposti: importa quasi il 70 per cento del carburante per aerei, di cui circa il 60 per cento proviene da Thailandia e Cina.

    Il problema diventa ancora più grave se si guarda al calendario agricolo. Vale per i Paesi dell’Asia meridionale, dove la principale stagione della semina comincia con l’arrivo dei monsoni a giugno, uno dei periodi più intensivi nell’uso di fertilizzanti dell’agricoltura mondiale e fortemente dipendente dalle importazioni dal Golfo, ma vale anche per i Paesi africani. Dove alla crisi energetica ed economica si aggiunge quella climatica. Si pensi al Malawi, dove in questi giorni gravissime inondazioni stanno devastando intere città proprio nella stagione in cui si raccolgono mais e altri cereali. La Fao indica come altamente probabile un ritorno di El Niño quest’anno, ciò significa piogge alterate, siccità in alcune regioni e inondazioni in altre, consegnandoci direttamente una seconda lezione utile: il sistema alimentare globale è esposto a più shock simultanei che si rafforzano a vicenda. E, fra questi, lo shock climatico è sicuramente in cima alla lista.

    Di fronte a ciò, l’Europa rientra nell’area di crisi non tanto come area esposta alla fame, quanto come spazio economico vulnerabile a una nuova ondata di rincari. Il rischio qui è di ritrovarsi ancora una volta schiacciati tra la dipendenza energetica e l’inflazione importata. Ed è qui che emerge una terza lezione importante. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il timore era che l’interruzione delle spedizioni di grano da due tra i maggiori esportatori mondiali facesse crollare l’offerta. I prezzi salirono, ma la produzione si dimostrò più adattabile, l’output aumentò altrove, i flussi commerciali furono riorientati e, grazie al fatto che Odessa rimase e rimane sotto controllo ucraino, fertilizzanti e cibo circolano. Con i fertilizzanti, però, la situazione è diversa. Il grano può essere coltivato altrove. Il fertilizzante no, o almeno non rapidamente. L’azoto dipende dal gas naturale; il fosfato dipende da input minerali finiti come lo zolfo. La produzione è strettamente legata alla geografia e alle infrastrutture, concentrata in poche regioni e fortemente dipendente dal commercio globale. Questo rende il sistema molto meno elastico e molto più vulnerabile agli shock geopolitici.

    Parlando di Europa va però fatto un inciso sul fatto che la Russia è tra i primi produttori di fertilizzanti al mondo. L’aumento dei prezzi delle materie prime, sia energetiche sia alimentari, sta favorendo l’economia moscovita: giorni fa il Financial Times ha scritto che «Mosca sta già ricevendo fino a 150 milioni di dollari di entrate extra al giorno dalla vendita di petrolio, a causa dell’impennata dei prezzi provocata dalla guerra». E se le esportazioni energetiche verso il Vecchio Continente sono state quasi azzerate, lo stesso discorso non vale per il settore alimentare: anzi, lo scorso anno le esportazioni russe di fertilizzanti verso l’Unione europea hanno raggiunto un valore di circa due miliardi di euro, sebbene i volumi siano diminuiti da quando sono entrate in vigore nuove sanzioni introdotte nel 2025.

    Tutti questi intrecci non sono distanti dalla vita quotidiana delle persone. La quarta lezione economica di questa crisi sta tutta qui. E rivela quanto la strategia di una guerra non solo determini la tattica sul terreno ma, anzi si potrebbe dire soprattutto, impatta sulle conseguenze del conflitto e quindi sulla possibilità o meno di continuare a combattere. Cioè, in assenza di tempi e obiettivi strategici chiari, la guerra costa di più e questo diventa uno strumento su cui una delle parti può fare leva a suo favore. Perché preme sulle tasche dei cittadini, quindi sull’umore, sulla vita, sulla politica. Non è un caso che, più di ogni altro, a dimostrare un insegnamento apparentemente scontato sia il caso statunitense. Negli Usa la sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto salire i prezzi globali del petrolio al ritmo più rapido dal 2022: il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è ora di 3,98 dollari, quasi un dollaro in più rispetto a un mese fa. Per una famiglia media, il costo alla pompa potrebbe tradursi in quasi 750 dollari di spese extra quest’anno. Così anche il costo per riscaldare o raffrescare le case americane aumenterà, aggiungendo ulteriore pressione alle bollette, già salite di oltre il 10 per cento sotto la seconda amministrazione Trump. Anche i costi del carburante per aerei stanno aumentando e gli amministratori delegati delle compagnie aeree hanno annunciato che trasferiranno questi rincari sui passeggeri. Crescono inoltre i prezzi del diesel, quindi il costo del trasporto di ogni bene che viaggia su camion.

    E poi c’è il nodo che collega direttamente l’America al resto del ragionamento: i fertilizzanti. L’impennata dei loro costi arriva proprio mentre gli agricoltori americani si preparano alla stagione della semina. Questo significa che il cibo diventerà più caro anche per le famiglie statunitensi. Solo i primi sei giorni sono costati ai contribuenti più di 11 miliardi di dollari: abbastanza, secondo le stime citate, per pagare un anno intero di assicurazione sanitaria a più di un milione di americani. Le valutazioni suggeriscono che l’amministrazione Trump stia spendendo attualmente almeno un miliardo di dollari al giorno e che la Casa Bianca chiederà presto al Congresso altri 200 miliardi di dollari. Per chi tiene il conto, sono più di 2.300 dollari per ogni famiglia americana. Numeri che, se la guerra dovesse continuare senza un obiettivo e una tempistica chiari, rischiano di compromettere l’attuale amministrazione statunitense. Soprattutto nell’anno delle elezioni di medio termine.

    fonte: osservatoreromano

    News correlate

    News più lette