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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (30 gennaio 2026)
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  • COMMENTO

    Un ascolto reale dei giovani che rovescia le dinamiche

    Occorre rovesciare le dinamiche con i giovani! È questa la percezione avuta ieri sera all’auditorium USI, nell’incontro organizzato dal Serra Club Lugano e dalla Facoltà di teologia di Lugano sul Sinodo dei giovani dello scorso autunno. Ad intervenire sono stati monsignor Alain de Raemy, vescovo ausiliare di Losanna, Ginevra e Friborgo e delegato svizzero al Sinodo e Padre Giacomo Costa, segretario speciale del Sinodo. Con vivacità, questi testimoni d’eccezione hanno raccontato quanto accaduto ed emerso a Roma, tanto che sembrava quasi di sentire gli urli di gioia, i fischi e l’atmosfera del Sinodo fino a far assaporare l’esperienza vissuta concreta quasi come in un film 3D. Quanto emerso non ha fatto sconti ad una Chiesa a cui viene chiesto di prendersi cura dei giovani in modo diverso. Diverso da ciò che si immagina oggi come “cura pastorale” per i giovani. Sono stati gli stessi relatori ieri sera ad ammettere che il primo passo, difficile, al Sinodo, è stato quello di passare da un Sinodo per i giovani ad un Sinodo con i giovani. Ma non per retorica! “La Chiesa spesso – ha spiegato padre Costa – ha un atteggiamento paternalista: magari dà spazio 5 minuti al giovane ma poi è l’Istituzione a discutere su come integrare e parlare al giovane”. Invece, stavolta, la dinamica proposta era quella di un rovesciamento: prima ascoltiamo i giovani, poi decidiamo insieme come agire, come esserci, come curarsi di loro. Mons. De Raemy ha sottolineato più volte l'importanza dell'ascolto di quanto i giovani desiderano e anzi ha addirittura ventilato una "valutazione" da parte dei giovani sui temi discussi nella Conferenza episcopale svizzera. “Dobbiamo smetterla – si è detto – di accalappiare i giovani per farli diventare animatori e farli gestire tante attività: occorre prima di tutto fermarci ad ascoltarli”. Proprio Padre Costa ha raccontato di un ragazzo che in Amazzonia gli ha rivelato di essere passato dalla Chiesa cattolica ad una comunità pentecostale. Sapete perché? “Perché – ha detto -nella Chiesa cattolica facevo tante cose, nella comunità pentecostale ho incontrato il Signore”. Emblematico questo giudizio che scuote un cattolicesimo che oggi che non vuol più stare a guardare da fuori quel che accade, ma che desidera, secondo quanto raccontato dai due relatori, rimettersi a fianco dei ragazzi, per ascoltare, dialogare, relazionarsi e fare Chiesa insieme. di Chiara Gerosa

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