Cinquecento militari in più per le strade di Milano fino a fine anno. È la risposta del governo italiano, approvata il 20 ottobre, alle devastazioni del 17 e 18 ottobre, accompagnata da una stretta penale che tocca anche i minorenni. Dalle periferie della città, due sacerdoti che con gli adolescenti ci vivono ogni giorno rilanciano la stessa cifra cambiando una sola parola: educatori. Sono don Paolo Steffano, parroco di Santa Maria Madre della Chiesa al Gratosoglio, e don Massimo Mapelli, responsabile della Caritas Ambrosiana per la zona sud di Milano. Nessuno dei due nega il bisogno di sicurezza. Entrambi dicono che non basta.
Prima il presidio, poi il resto
Don Steffano parte da un’ammissione. «Quando succede una cosa incredibile come questa, c’è una pancia che chiede una risposta immediata di questo tipo, quindi è comprensibile che il governo la faccia. Anzi, la prima risposta non può che essere presidiare il territorio, il problema è cosa viene dopo». Fermarsi lì sarebbe un errore: «La prevenzione non è solo mettere in strada più militari o forze dell’ordine, altrimenti alla fine cosa si fa, si arriva allo Stato di polizia?».
Le nuove norme sui minori gli sembrano un modo per schivare la domanda vera. «Non si può continuare a tagliare i rami, bisogna andare a vedere dove affondano le radici dei problemi. Ricordiamoci che se l’istruzione e l’educazione costano, l’ignoranza ancora di più».
Don Mapelli fissa subito il punto fermo: «La violenza va condannata, questo è fuori discussione». Capire non vuol dire assolvere. Lui le carceri minorili le conosce, e sa che un ragazzo soltanto rinchiuso rischia di uscire più arrabbiato e più solo di prima.
Ragazzi che si sentono invisibili
Steffano le periferie le conosce da tempo: prima del Gratosoglio è stato per diciotto anni parroco di Baranzate, alle porte di Milano, in un comune di quasi duecento etnie. Dietro le vetrine sfondate, per lui, non c’è un progetto. «Non è un movimento studentesco, non c’è dietro un pensiero politico organizzato, è stata un’azione selvaggia». C’è piuttosto un bisogno di esistere: «Sono ragazzi che si sentono invisibili, sembra che per farsi vedere debbano per forza fare del male e inquadrarlo». Dai colloqui con altri parroci è emersa la giustificazione più ricorrente tra chi ha saccheggiato: «era lì e si è lasciato coinvolgere». E la violenza non nasce in un fine settimana.
Una città, tante città
Mapelli vive con una quarantina di adolescenti e li incontra nelle scuole, comprese quelle professionali. «La rabbia la senti, la respiri». Ricorda minorenni accolti dopo aver abitato nei box di un quartiere popolare, mentre loro coetanei partono ogni weekend per una capitale europea. «Anche dentro la stessa città esistono città diverse». E ancora: «Abbiamo costituito una società ipercompetitiva».
Chi resta indietro cerca il riscatto dove può. Per quei ragazzi del box, un cappellino d’alta moda era diventato fondamentale. «Poi non è quella roba lì che te lo dà». Qualcuno deve accompagnarli a scoprirlo. Sulle seconde generazioni il sacerdote non fa dell’origine un destino: il confine che conta passa tra chi si sente atteso e chi si sente lasciato fuori.
Gli adulti dove stanno?
Tra i ragazzi coinvolti c’erano anche undicenni e dodicenni. «Gli adulti dove stanno?», si chiede Mapelli. Non per scaricare tutto sui genitori: per paura dello scontro, osserva, si rinuncia proprio a quel confronto educativo in cui nascono regole e fiducia. E le famiglie fragili vanno sostenute prima, non chiamate in causa il giorno dopo. «Nessuno vive su un pianeta a sé». Pesa anche il linguaggio di leader che parlano di continuo di guerre e bombe: «Le parole che buttiamo nel mondo fanno qualcosa».
Steffano chiama in causa la comunità intera: «dobbiamo prima accettare che come comunità siamo di fronte al fallimento di alcuni progetti e investimenti». Agli artisti che sostengono che con le buone non cambi nulla riserva una risposta che vale per entrambi i fronti: «Cavalcano l’onda, proprio come chi, dall’altro lato, dice che bisognerebbe rimpatriarli tutti».
Cinquecento educatori
Le due voci arrivano allo stesso punto. «Un Paese che spende più in armi che in scuola poi raccoglie quello che raccoglie», dice Mapelli. E propone: «Se in strada ci sono cinquecento militari, perché non immaginare anche cinquecento educatori?» Steffano sa che non è una proposta da campagna elettorale: «Non arriverà mai nessuno che dirà: “Mando 500 educatori”. Ma un esercito di gente che entra in relazione con i ragazzi è più forte di un esercito che reprime e basta».
Quell’esercito, in piccolo, esiste già. Sta nei cortili del Gratosoglio, nelle case dove Mapelli divide la tavola con i suoi ragazzi, in ogni adulto che decide di restare. Lui lo dice come un avvertimento: «Se non dialoghiamo noi con questi ragazzi, se non li educhiamo noi, li educano gli altri». Letta dall’altro verso, è una promessa. Vale a Milano. E vale per ogni città che abbia una periferia, anche a un’ora di treno da qui.
fonte: agenzie/vita/famigliacristiana/catt.ch