di Silvia Guggiari
Sabato 16 maggio, mons. Oscar Cantoni, cardinale e vescovo di Como, sarà ospite della fondazione Centesimus Annus a Lugano: alle 10 celebrerà la S. Messa nella Chiesa di San Carlo Borromeo (via Nassa), alle 11 sarà al Centro pastorale San Giuseppe (Via Cantonale 2A) dove porterà la testimonianza su don Roberto Malgesini, presbitero di Como ucciso il 15 settembre 2020. Lo stesso Cantoni, lo scorso 21 marzo, aveva annunciato ai giovani della città l’arrivo del nihil obstat dal Vaticano per il cammino verso la santità del sacerdote ucciso a coltellate da un senzatetto a soli 51 anni.
Mons. Cantoni, all’indomani della sua uccisione, papa Francesco aveva definito don Roberto un «testimone di carità». Qual è il suo ricordo?
«Il ricordo che porto nel cuore di don Roberto Malgesini è quello di un sacerdote mite e fedele, profondamente radicato nel Vangelo e nella vita concreta delle persone. Don Roberto viveva una carità silenziosa, quotidiana, senza clamore, fatta di prossimità, gesti semplici, essenziali ma solidi. Era sempre disponibile, soprattutto verso i più poveri e fragili, nei quali riconosceva il volto di Cristo. È stato un prete impossibile da restringere in categorie o semplificazioni. La sua vita è stata una testimonianza limpida e coerente, fino al dono totale di sé. In questi giorni abbiamo comunicato ufficialmente la volontà di introdurre la causa di beatificazione, dopo essere stati confortati, da subito, dalle parole di papa Francesco, dai confratelli Vescovi della Conferenza episcopale lombarda, da tanti riscontri di persone che hanno toccato con mano la personalità e lo stile di don Roberto, fino ad arrivare al nulla osta del Dicastero delle Cause dei Santi. Ora, a questo ricordo personale, si unisce quello di tutta la comunità ecclesiale, che riconosce in lui un segno luminoso di santità vissuta».
Che testimonianza ha lasciato nella diocesi di Como e nella Chiesa in generale?
«Don Roberto ha lasciato nella Chiesa di Como, e non solo nella nostra Diocesi, una testimonianza fortissima di carità evangelica vissuta fino alle estreme conseguenze. Il suo esempio ha raggiunto un numero grandissimo di persone in tutta Italia e anche oltre i confini del nostro Paese, come testimonia, in fondo, anche questo nostro dialogo e l’incontro a Lugano… Don Roberto ha mostrato a tutti noi che il Vangelo non è un’idea astratta, ma vita concreta donata agli altri, specialmente a chi è nel bisogno. La sua figura continua a suscitare un profondo consenso spirituale nel popolo di Dio, che riconosce in lui un autentico testimone di santità.
Come ho più volte ripetuto, c’è il “fiuto” del popolo di Dio, che ha riconosciuto in lui un modello credibile di vita evangelica. È un richiamo continuo per la nostra Chiesa a non chiudersi, ma a farsi prossima, accogliente, capace di chinarsi sulle ferite dell’umanità».
La Santa Sede ha dato il via libera per la causa di beatificazione: cosa ci insegna la sua vita?
«La vita di don Roberto ci insegna che la santità è possibile nella quotidianità, attraverso la fedeltà alle piccole cose e l’amore concreto verso il prossimo. Ci ricorda che il dono della vita non è qualcosa di straordinario riservato a pochi, ma una chiamata che si realizza ogni giorno, nel servizio, nell’ascolto, nella condivisione. In lui vediamo una testimonianza luminosa di “oblatio vitae”, di offerta totale, che interpella ciascuno di noi a vivere con maggiore autenticità il Vangelo. Lui ha saputo donarsi non solo nelle azioni che, magari, sono state più visibili, come l’accoglienza dei poveri o dei migranti. Don Roberto c’era per tutti: per i bambini dell’asilo, per i ragazzi dell’oratorio, per le famiglie, per le giovani coppie, per i giovani, per gli anziani. È stato capace di creare una rete di relazioni e amicizie a tratti inattesa e che abbiamo conosciuto solo dopo la sua morte. Una vera e propria rete di bene in cui moltissime persone, attraverso di lui, hanno potuto sperimentare la gioia di poter far del bene agli altri. Tutti siamo invitati a riscoprire e a lasciarci provocare dal suo esempio di vita. La sua non era filantropia ma solida adesione alla propria vocazione sacerdotale, alimentata dalla preghiera».