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Due popoli e due Stati, la linea immutata dei Papi e della Santa Sede

La soluzione dei «due Stati» è e rimane l’unica via possibile per la pace tra Israele e Palestina. Sono mutati i Papi, è mutata la situazione in Medio Oriente che, dopo il 7 ottobre 2023, ha registrato un drammatico esacerbarsi ed evolversi delle violenze e separazioni, ma la linea diplomatica della Santa Sede negli ultimi quasi ottant’anni è stata ed è roccia inamovibile: «due Stati», unico orizzonte per garantire giustizia e una pace giusta e duratura. L’ultimo è stato Leone XIV a ribadire con forza questo posizionamento storico che ha valicato i decenni, andandosi a infrangere nel netto rifiuto del governo israeliano.

«Chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati, per una pace giusta e duratura», ha detto domenica 16 agosto Papa Leone all’Angelus da Castel Gandolfo, dopo aver stigmatizzato i soprusi e le violenze a danno dei palestinesi in Cisgiordania. Una accelerazione quella richiesta dal Pontefice, perché questo progetto - di fatto formulato già dal 1947 con il piano adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per la spartizione della Palestina mandataria in due Stati – finalmente trovi realizzazione.

Una dottrina diplomatica radicata

Da un’iniziale richiesta di internazionalizzazione dei luoghi santi di Gerusalemme nel 1947, la soluzione dei due Stati è divenuta dagli anni ’80 in poi asse portante della dottrina diplomatica della Santa Sede riguardo al conflitto israelo-palestinese. Posizione granitica, non dettata certamente da reazioni emotive a fronte delle tante escalation ma radicata nel tempo. E sempre rinvigorita dai Papi.

La richiesta di tutela dei luoghi santi di Pio XII

I primi pronunciamenti sono da datare al 1948, quando Pio XII nell’enciclica In multiplicibus curis invocò «un ordine» nella «terra sacra» che è la Palestina che garantisse «la sicurezza dell'esistenza e insieme condizioni fisiche e morali di vita capaci di fondare normalmente uno stato di benessere spirituale e materiale». Nella successiva Redemptoris nostri cruciatus (1949), preoccupato perché tutti i siti legati all’esistenza del Salvatore subissero la furia bellica, Pacelli richiese un’azione «con ogni mezzo legale» affinché Gerusalemme ottenesse «una conveniente situazione giuridica».

Paolo VI e i legittimi diritti dei palestinesi

Primo Papa a viaggiare in Terra Santa nel 1964, Paolo VI, alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni (1967), parlò esplicitamente dei legittimi diritti del popolo palestinese, mutando la visione del problema da emergenza umanitaria a questione politica fondamentale. In un accorato messaggio al segretario generale dell’Onu, U Thant, Montini invocava a nome dell’intera cristianità «ogni sforzo» affinché «Gerusalemme possa, per il suo carattere peculiarmente sacro e santo, essere dichiarata città aperta e inviolabile», sgombra di ogni operazione militare e immune dalle causalità belliche.

L'impulso di Giovanni Paolo II

L’impulso decisivo si ebbe però con Giovanni Paolo II, il primo a chiedere con forza il diritto dei palestinesi a una patria indipendente e, al contempo, ribadire il diritto di Israele a vivere in sicurezza. Duplice appello cristallizzato nella Redemptionis anno del 1984: «Per il popolo ebraico che vive nello Stato di Israele e che in quella terra conserva così preziose testimonianze della sua storia e della sua fede, dobbiamo invocare la desiderata sicurezza e la giusta tranquillità che è prerogativa di ogni nazione e condizione di vita e di progresso per ogni società», affermava il Papa. «Il popolo palestinese, che in quella terra affonda le sue radici storiche e da decenni vive disperso, ha il diritto naturale, per giustizia, di ritrovare una patria e di poter vivere in pace e tranquillità con gli altri popoli della regione». Ribadì lo stesso nel 2000, nel pellegrinaggio in Terra Santa, non il primo di un Papa, ma acclamato come «storico» per la sua portata.

Il sostegno di Benedetto XVI

Nove anni dopo un altro Papa solcava la terra santa e ferita di Gesù: era il maggio del 2009 e Benedetto XVI si recava in Medio Oriente. Sulla scia del predecessore, sottolineò che la formula «due Stati» non è utopia, bensì presupposto per fermare la spirale di violenza e assicurare un futuro alla regione. «La Santa Sede appoggia il diritto del suo popolo ad una sovrana patria palestinese nella terra dei suoi antenati, sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti», diceva Papa Ratzinger. Che incoraggiava a «tenere viva la fiamma della speranza» perché si trovasse «una via di incontro tra le legittime aspirazioni tanto degli israeliani quanto dei palestinesi alla pace e alla stabilità».

Parole e gesti di Papa Francesco

Con Papa Francesco l’impegno si è internazionalizzato e formalizzato, corroborato pure da azioni diplomatiche - come la firma, nel 2015, da parte della Santa Sede dell’Accordo Globale che riconosce ufficialmente lo Stato di Palestina – e azioni più pastorali, come la preghiera comune per la pace nei Giardini Vaticani nel 2014 con il presidente israeliano Shimon Peres e il presidente palestinese Abu Mazen. Un frutto, questo evento, del viaggio di fine maggio in Terra Santa, durante il quale Jorge Mario Bergoglio affermò lapidario: «È giunto il momento per tutti di avere il coraggio della generosità e della creatività al servizio del bene, il coraggio della pace, che poggia sul riconoscimento da parte di tutti del diritto di due Stati ad esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti».

Anche negli anni a venire fino alla morte, Francesco ha tentato di imprimere un’accelerazione diplomatica e simbolica per l’attuazione della soluzione. Parole e gesti sempre sostenuti dalle dichiarazioni delle Missioni permanenti della Santa Sede negli organismi internazionali o delle affermazioni del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, che in più di un’occasione ha rimarcato che «la soluzione due popoli-due Stati è la soluzione politica più urgente da percorrere».

fonte: vaticannews

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