di Andrea Riccardi*
Gli anni di pontificato di Francesco hanno inciso tanto nella Chiesa.
Bergoglio è stato eletto nel 2013 nel cuore di una crisi evidenziata dalle
dimissioni di Benedetto XVI. C’era una seria difficoltà di governo nel
cattolicesimo: la rinuncia di Ratzinger mostrava quanto non fosse facile per lui guidare la Chiesa e la Curia. Papa Benedetto aveva prodotto un magistero importante, ma bisognava condurre la Chiesa in una tumultuosa contemporaneità. Si pensi al difficile rapporto con l’islam, postosi proprio all’inizio del pontificato con il discorso di Ratisbona, che aveva suscitato dure reazioni da parte dei musulmani. L’elezione di Wojtyla nel 1978 aveva mostrato come i cardinali non volessero un candidato italiano, scegliendo un Papa carismatico dell’Est. La scelta di Ratzinger aveva confermato la linea wojtyliana, ma nel 2013 quella visione wojtyliana senza Wojtyla non conduceva all’unanimità. La proponevano le candidature di Scola e Ouellet, ma il Sacro Collegio guardava lontano dall’Europa. Si arrivò alla scelta di un cardinale latinoamericano e gesuita, caratteristiche nuove nella storia della Chiesa.
Dopo l’elezione, io parlai di “sorpresa di papa Francesco”. Da dove veniva? Da una storia di impegno pastorale in una grande città, Buenos Aires. Nel 2007, per la prima volta nella storia dell’umanità, gli abitanti delle città avevano superato quelli delle campagne. La Grande Buenos Aires contava tredici milioni di abitanti, di cui tre nell’arcidiocesi di Bergoglio. La Chiesa, questo il messaggio emerso con la sua elezione, non deve chiudersi alla città e alle sue periferie: «Dio vive nella città e la Chiesa vive nella città».
Le parole “apertura”, “incontro” sono state chiavi nella proposta di Bergoglio, che ha rifiutato una Chiesa chiusa nei suoi perimetri e sicura delle sue strutture.
C’è un popolo in mezzo a cui vivere. L’intervento del cardinale di Buenos Aires alle riunioni prima del Conclave colpì per la prospettiva di uscita verso le periferie: «Quando la Chiesa diviene autoreferenziale e allora si ammala… mali che, nel trascorrere del tempo, affliggono le istituzioni ecclesiastiche».
L’Evangelii gaudium
Non è un caso che il primo documento del Papa sia stato l’Evangelii gaudium, un motivato e pressante invito ai cristiani a uscire,
comunicare il Vangelo, dialogare con la gente, partecipare alla vita di tutti. Era la rivoluzione di Francesco. Su questo il Papa, lentamente ma
progressivamente, aveva cominciato a incontrare resistenze che venivano dalla “pigrizia” di persone e istituzioni, ma poi anche da un diverso sentire rispetto al suo messaggio di incontro misericordioso con l’umanità. Il suo modo semplice e personale ha attratto critiche tra taluni ecclesiastici e cattolici.
Si sono consolidate le posizioni tradizionaliste, che prescindono dal Papa e sono regola a sé stesse. Una parte del cattolicesimo, anche profittando del clima di discussione e di libertà instaurato da Francesco, rifiutava di camminare con lui e di cambiare l’approccio con la realtà. Tale rifiuto nega una delle caratteristiche storiche del cattolicesimo che si misura e cresce con la “profezia” del Pontefice, il suo leggere il Vangelo nella storia. Se non ci si misura con la parola del Papa, spesso si finisce nel tradizionalismo, qualunque siano le proprie posizioni di partenza: ci si cristallizza in uno spirito da “bolla” o da setta.
L’onda evangelica di Francesco non si è fermata, ma, in molti settori, è stata ostacolata o ignorata. Eppure il suo messaggio di inizio pontificato resta lì, come proposta per oggi.
La “Chiesa dei poveri”
Un importante sviluppo dovuto a Francesco è stato quello relativo alla “Chiesa dei poveri”. Per Bergoglio non bastavano istituzioni assistenziali cattoliche che, anche in modo aggiornato, si
occupassero dei poveri: «L’impegno deve essere corpo a corpo», diceva da cardinale. Francesco ha posto i poveri al centro della Chiesa e della vita dei cristiani, facendo maturare la compassione in comunione. Così i poveri non solo ricevono dai cristiani, ma hanno molto da dare, come parola, insegnamento e amicizia. Questo processo ha realizzato creativamente la recezione del Vaticano II e il sogno di Giovanni XXIII, «la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri», e marca profondamente la vita cristiana di oggi. I poveri, con Francesco, sono nel cuore della Chiesa.
La “terza guerra mondiale a pezzi”
Il Papa, poi, ha colto il clima di guerra del nostro tempo, parlando di “terza guerra pezzi”. Con l’enciclica Fratelli tutti ha mostrato la fragilità di una globalizzazione senza fraternità, che si sarebbe risolta in tanti conflitti. Il suo messaggio per la fraternità, oltre i cristiani, è divenuto base di cooperazione e dialogo con le altre religioni, specie i musulmani (con cui i rapporti erano invece tesi a inizio pontificato e sono oggi molto cresciuti).
La fraternità, di cui tutti possono essere attori, previene la guerra e prepara la pace, sottraendo cuori e menti alle polarizzazioni e a odiose distanze.
È ancora presto per tracciare un bilancio del suo pontificato, ma bisogna dire che alcuni “processi” da lui avviati hanno già toccato in profondità il popolo di Dio. Il Papa, che durante la pandemia del Covid è stato un riferimento, durante la guerra in Ucraina a seguito dell’invasione russa è stato un testimone imprescindibile di pace. Ha più volte segnalato come questa guerra abbia rappresentato una sconfitta per il cristianesimo d’Oriente e d’Occidente, per l’Europa e l’umanità: «Ogni guerra», affermava, «lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato. La guerra è un fallimento della politica e dell’umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male».
*storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio
Testo pubblicato nello speciale di Famiglia Cristiana Papa Francesco. La rivoluzione dell’amore.