Ad un anno dalla morte di papa Francesco avvenuta il 21 aprile 2025, era lunedì dell’Angelo, rivisitiamo alcuni messaggi e idee del pontefice argentino con l’aiuto di un profondo conoscitore del suo pensiero: il prof. Ettore Malnati, docente alla Facoltà di teologia di Lugano e già vicario per la cultura e il laicato della diocesi di Trieste.
Intervista di Cristina Vonzun/catt.ch
“Il pontificato di papa Francesco - ci dice il prof. Malnati - si è posto in continuità con le indicazioni del Concilio Vaticano II, volendo fare della Chiesa una Comunità capace di edificarsi per essere luogo di speranza nei confronti di problematiche che, a causa di scelte a livello planetario, pongono l’umanità in una valorialità egoistica e cieca di fronte a un doveroso cambiamento relazionante per un vero progresso della dignità della persona, anche di chi è meno abbiente e anche per una maggior responsabilità nei rapporti con la ‘casa comune’, al fine di tutelare un rapporto qualificante tra umanità e ambiente. La proposta di una Chiesa con le antenne orientate ad un reale mutamento nel comportamento dell’umanità è stato il grande intuito di Papa Francesco”.
Prof. Malnati, ci sono parole di Francesco che sembravano essere talvolta degli "slogan": ad esempio "Chiesa in uscita". Cosa c'è dietro a quell'espressione?
Il card. Bergoglio, eletto vescovo di Roma, ha portato con sé la sua esperienza di Pastore delle “periferie” conosciute e condivise da vescovo di Buenos Aires. Ha vissuto la necessità di una Chiesa quale presenza di speranza tra la Gente. Nella sua diocesi creò un’equipe di presbiteri e laici che fossero presenti umanamente e pastoralmente nelle periferie degradate della capitale Argentina
E quando chiedeva alla Chiesa di essere un "ospedale da campo"?
La Chiesa non è perfetta, ma si presenta infatti non come una clinica specializzata ma come un ospedale da campo per coloro che sono alla ricerca di senso e di un rapporto con il Cristo, buon Samaritano.
Perché il Papa denunciava il "clericalismo"? Cosa intendeva e quale Chiesa voleva?
Per clericalismo papa Francesco intendeva una eccessiva ritualizzazione della fede e circa i ministri ordinati chiedeva di vivere questo compito non come potere, bensì come servizio. Questo voleva indicare con il superamento e l’abbandono di una mentalità clericale, desiderando una Chiesa povera, amica degli ultimi, con la “porta aperta” verso l’umanità impoverita sia materialmente che moralmente.
Francesco ha denunciato la "terza guerra mondiale a pezzi". Qual era la sua visione geopolitica?
Papa Francesco di fronte alle diverse conflittualità non solo tra Russia ed Ucraina, tra Israele e Gaza, percependo che si stava imponendo una cultura della contrapposizione con la strategia delle armi e non con il dialogo, ha paventato e denunciato l’attuale situazione come appunto una guerra mondiale “a pezzi”. Purtroppo, è stato profeta.
Quale Chiesa ha ereditato Leone da Francesco?
Papa Leone ha ereditato una Chiesa che, grazie al Concilio e alle intuizioni di Papa Francesco, è orientata alla sinodalità e all’attenzione della responsabilità nella Chiesa anche al femminile. Certo vi sono delle fatiche nella comunione ab intra dovute a contrapposizioni nei confronti di certe posizioni di apertura pastorale auspicate e indicate da Papa Francesco.
Dove si coglie continuità tra i due Pontefici e quali invece le differenze più evidenti?
La continuità tra i due Pontefici si coglie nell’esortazione apostolica Dilexit te. La differenza sta, a mio parere, nella diversità di formazione alla luce della regola agostiniana più monastica di quella della Compagnia di Gesù di cui papa Francesco è stato membro, ma anche nel modo di porsi più formale in papa Leone, meno formale in papa Francesco.
Chi è stato per lei, papa Francesco?
Per me papa Francesco è stato il Pontefice che meglio ha incarnato lo spirito della Gaudium et Spes del Vaticano II, in quanto ha saputo mettersi in ascolto dei drammi e dei fallimenti dell’umanità di oggi. In tal senso ha offerto alla Chiesa una risposta di stile evangelico alle problematiche della famiglia, come fece appunto con l’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia, sapendo cogliere il dramma delle difficoltà delle relazioni sponsali valutando la fragilità del cuore umano senza con ciò sminuire l’indissolubilità del sacramento del matrimonio, ma ponendosi in ascolto e offrendo una sensibilità ecclesiale di accoglienza e non di allontanamento.