Marco ha ventisette anni, un contratto a tempo indeterminato in un’azienda di logistica del Bellinzonese e nessuna lamentela sul datore di lavoro. Ogni mese mette da parte quello che può. Vive ancora con i genitori, perché un appartamento a Locarno, anche condiviso, resta fuori portata. «Non è che non voglia. È che i conti non tornano.» Con questa storia Evaristo Roncelli, responsabile di Young OCST, apre un approfondimento pubblicato il 18 giugno nella sezione il Lavoro del sito dell’Organizzazione cristiano-sociale ticinese. La tesi è dichiarata subito: «Le nuove generazioni non hanno perso la voglia di fare: è il sistema che ha smesso di mantenere le promesse.»
Il bersaglio è un luogo comune che circola tra imprenditori e in certi editoriali. I giovani non avrebbero più «fame», cambierebbero impiego ogni due anni, chiederebbero aumenti troppo presto. Roncelli rovescia la domanda: «Non sono i giovani ad aver cambiato le regole del gioco. Sono le imprese, i mercati e le politiche economiche degli ultimi quarant’anni ad averlo fatto.»
Un patto che non regge più
Dal dopoguerra agli anni Novanta, ricostruisce Roncelli, chi lavorava per un’azienda le dava fedeltà e ne riceveva stabilità, formazione, carriera, una pensione. Poi sono arrivate la finanza come logica d’impresa, le ristrutturazioni, la globalizzazione, il crollo del 2008. «I licenziamenti di massa sono diventati uno strumento ordinario di gestione del bilancio, non un’estrema ratio.» Letti così, i comportamenti che irritano i datori di lavoro cambiano segno: «Se cambiano lavoro ogni due o tre anni, è perché hanno imparato [...] che la fedeltà non viene ricambiata.» Perfino la cucina comune dell’ufficio lasciata in disordine diventa un indizio: forse quel posto non è ancora sentito come proprio.
Affitti, premi e patrimoni
Il secondo nodo è materiale. Dal 2008, sostiene Roncelli, casa, assicurazione malattia e custodia dei figli sono cresciute molto più dei salari. Un apprendista appena formato in Ticino vede la busta paga assorbita da monolocale, assicurazioni e trasporti; per cauzione e trasloco servono anni. «Anni in cui si rimane a casa dei genitori non per pigrizia, ma per necessità aritmetica.»
L’intervento nasce da una conversazione pubblica tra Simon Sinek, scrittore e saggista anglo-americano, ed Eliza Filby, storica studiosa dei cambiamenti generazionali. Nel saggio Inheritocracy (Biteback Publishing, 2024) Filby sostiene che le opportunità dipendono sempre meno da studio e impegno e sempre più dal sostegno economico dei genitori. Roncelli traduce: «Il patrimonio familiare è diventato il vero ascensore sociale del XXI secolo.» Il confine, per lui, non passa tra vecchi e giovani: «È tra giovani con famiglie patrimonialmente solide e giovani senza.» La caparra anticipata da mamma e papà, la nonna che tiene i bambini, il contatto giusto per il primo stage. «Stesso talento, stesso impegno, destini molto diversi.»
Il lavoro senza appartenenza
Il terzo nodo sfugge ai numeri. Digitalizzazione, lavoro da remoto e indicatori di performance hanno svuotato gli uffici delle relazioni che davano senso alla giornata, fino a ridurre il collega a «un puntino verde sullo schermo». Chi è entrato nel mondo del lavoro con la pandemia non ha conosciuto altro: «I giovani che hanno iniziato a lavorare durante o dopo il COVID hanno spesso vissuto il lavoro come qualcosa di puramente transazionale fin dall’inizio». Roncelli respinge la lettura moralistica: «Non è una questione di valori. I giovani di oggi vogliono lavorare.»
Tre strade per ricucire
Le direzioni che indica sono tre. Anzitutto, «smettere di trattare le persone come costi variabili». Poi ridare spazio all’apprendimento sul posto, al mentoring, all’osservare chi ha più esperienza: «Questo non si può digitalizzare.» Infine il dialogo sociale: «I contratti collettivi, la rappresentanza, la negoziazione trasparente delle condizioni di lavoro: non sono residui del passato.» Una linea che incrocia l’enciclica Magnifica humanitas di papa Leone XIV, datata 15 maggio 2026: il salario giusto, vi si legge, mostra se il lavoratore è trattato da persona o da semplice costo di produzione.
Marco, conclude Roncelli, non ha smesso di lavorare sodo. «Ha smesso di credere che lavorare sodo sia sufficiente.» E invita a smettere «di chiedere ai giovani di avere più fame, senza chiederci perché il tavolo sia sempre più vuoto».
Nella stessa enciclica il Papa rilegge il libro di Neemia: la città rinasce quando a ciascuno viene affidato un tratto di muro da ricostruire. Il patto tra lavoratori e imprese, per Roncelli, va costruito di nuovo. La generazione di Marco ha già le maniche rimboccate. Aspetta che le si indichi il suo pezzo di muro.
fonte: ocst.ch