di Giuseppe Zois, giornalista, già direttore del Giornale del Popolo
“Pane al pane, anche quando c’è una certa confusione nel forno”, ripeteva spesso don Antonio Mazzi iniziando i suoi incontri, soprattutto le serate – e sono state molte nel Ticino – sui problemi del pianeta adolescenziale. Effettivamente il prete dell’Opera don Calabria di Verona, che diede avvio nel 1979 all’avventura di Exodus, non era uno che le mandava a dire. E non usava neppure le perifrasi. Schietto fino all’essere urticante. Stando in mezzo ai giovani era naturale mutuarne anche qualche sfumatura (eufemismo) nel linguaggio. Era però un modo per raggiungere tutti, anche i più restii o refrattari al mondo clericale. Lo si è capito nel momento dell’addio, quando il traghettatore di migliaia di giovani in navigazione di recupero se n’è andato a 96 anni, circondato da stima, riconoscimenti e affetto di ogni provenienza, con lutto cittadino il 3 agosto 2026 a Milano.
Gli esordi, partendo da Lugano, furono all’inizio degli anni 90, propiziati da un’intervista nel “suo” Parco Lambro, trasformato con la sua straripante presenza in un’isola dell’approdo per molte esistenze – genitori, figli, educatori a vario titolo – in cerca di speranza. Aveva 50 anni quando iniziò la bonifica, ostinato seminatore con carattere di veronese rimasto orfano troppo presto. Somigliava molto, come metafora, a quel fiume che passava accanto al suo “porto”: straripante. Fino all’ultimo è stato incontenibile, con le sue provocazioni finalizzate a “portar luce”, del cui bisogno si faceva primario interprete, perché non è più il momento di acqua tiepida. Di immagini e di scenari per le “carovane” dei suoi ragazzi ne sfornava in quantità industriale: ne venne poi a conoscenza il grande pubblico televisivo di “Domenica In”, quando fu imbarcato nella flotta di Mara Venier, Renzo Arbore e altre “vedette” del piccolo schermo. Ovvio che usando il randello non fosse gradito, quando mai?, “in toto”, ma non era tipo da farsi intimidire o fermare. Ciò che gli restava sulla punta della lingua, lo affidava alla sua appuntita penna, in articoli che scriveva, rubriche parole con l’uranio dentro, convinto che “tacere è peccato”, titolo anche di una raccolta di lettere alle quali forniva indicazioni di percorso per uscire da qualche tunnel.
Lo sbarco sul Ceresio nel 1991
Sempre carico come una molla, in Via San Gottardo 50 a Massagno, storica sede del fu-Giornale del Popolo, don Antonio era arrivato la prima volta nel 1991, dopo una mia lunga intervista, sfociata in un libro (“Parola al futuro”), che aveva dato il “la” ad un’amicizia feconda di molti frutti, in primis per il GdP dove la sua firma era diventata familiare per le grandi feste sul calendario, ma anche per i consigli che scriveva in risposta a quesiti di lettori, specialmente mamme in navigazione procellosa con i figli. Da questa “coltivazione”, oltre a serate che hanno lasciato il segno in scuole (dalla media di Barbengo all’Elvetico di Lugano, al “S. Maria” di Bellinzona…) oratori, teatri, auditorium, sbocciarono diversi titoli maturati in tandem, “Pinocchio e i suoi fratelli” (Piemme), “Ci manda Geppetto” (Ferrari), “Il filo degli aquiloni” (San Paolo), “Abbasso Pinocchio” (Mondadori).
Dalla parte della pecora
Un giorno Leo Manfrini, volto di primattore alla nostra TV, alla sua sarcastica maniera gli chiese se trovasse mai il tempo per fermarsi a sorridere un po’. Difficile creare argini o spiazzi di sosta per un fiume quasi sempre in piena. Lo faceva in nome dei fragili, degli sfortunati, degli ultimi, anche con qualche clamorosa sconfitta (“non tutte le ciambelle escono con il buco”), schierato con i perdenti come Turoldo, Fabbretti, Pronzato, Luzzi e altre stelle del GdP dei miei anni.
Partendo da una favola di Lessing, scrisse un giorno un apologo che mi è rimasto addosso: l’elogio della pecora con il suo belato che non disturba più di tanto, il suo musino dai lineamenti teneri, gli occhi che chiedono solidarietà… un animale che non disdegna il gruppo, gode di avere un pastore, ascolta l’abbaiare del cane in controtendenza con branchi di Lucignoli, Gatti e Volpi – per tornare sempre a Collodi – che non lasciano campo ai più vulnerabili di esprimere quel Piccolo Principe che c’è dentro in ciascuno. Illuminante una sua conclusione: abbiamo avuto sfortuna con i nostri figli, sono tutti cresciuti.
31/07/2026
Si è spento don Antonio Mazzi, prete e educatore italiano fondatore di Exodus
Deceduto a 96 anni nella serata del 31 luglio 2026 lo storico fondatore della comunità Exodus. Una vita spesa per i giovani. Lo si ricorda in Ticino per le sue collaborazioni con il Giornale del Popolo