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no_image COMMENTO

Gilberto Isella rilegge la figura di Al-Hallaj, poeta e martire

di Gilberto Isella

Il misticismo, che molti ritengono il momento più alto e pregnante dell’esperienza religiosa, è un fenomeno che risale al lontano passato, a partire probabilmente dallo sciamanesimo. Non appartiene solo al mondo cristiano, ma pervade della sua luce anche le  altre religioni monoteistiche: Ebraismo e Islam. Tra i mistici musulmani, una posizione di assoluto rilievo (insieme ad Ad-d¯in R¯umi) spetta al poeta sufi Mansur al-Hallaj, che lo studioso Louis Massignon definì «il martire dell’Islam».

Tra Cina e India

Nato in Iran verso l’anno 859, compì viaggi in India e in Cina come predicatore, stabilendosi poi a Baghdad, dove fu perseguitato per le sue concezioni ritenute eretiche dall’Islam tradizionale. Venne condannato a morte nel 922, tra indicibili tormenti. Qualcuno paragona la sua figura a quella di Gesù Cristo, poiché entrambi crocifissi. 

Un’intensa attività poetica

Al-Hallaj è ricordato in particolare per la sua intensa attività poetica, raccolta nell’opera Diwan (ossia «il Canzoniere»), alla quale egli consegna la propria testimonianza teologica ed esistenziale. Nel libro i temi si alternano rispecchiandosi a vicenda, in un’inesausta ricerca della verità. L’insieme poggia tuttavia su un fondamento unico e imprescindibile: l’identificazione amorosa tra uomo e Dio, già proclamata dal Sufismo, una corrente da cui traspare il vertice mistico dell’Islam: «Ho visto il mio Signore con l’occhio del mio cuore,/ Gli ho chiesto “Chi sei?”, mi ha risposto “Tu”!». Versi ulteriori sottintendono il rovente desiderio  di morire martire: «Ho lasciato tutto quel che mi occorreva,/ ma non la gioia di trovarTi nel tormento».  

Sede di ogni visione, per Al-Hallaj, non è lo sguardo del singolo, bensì quello del Tutto in quanto tale, che «m’è più caro/ d’una mia parte o di me medesimo». 

La percezione mistica

In altre occasioni il poeta accennerà a una rottura dei limiti, attuabile a patto di svincolarsi dalle preoccupazioni mondane e al contempo custodire nell’anima l’ «abisso del pensiero». L’io esclama: «Pazzo d’amore, stupefatto e selvaggio […] Di notte viaggia alla cieca, e il suo intimo/ erra fulmineo come il baglior d’un lampo». Ciò in sintonia, per certi aspetti, con lo «iubelo de core»  del nostro Iacopone da Todi, detto il pazzo «pro Cristo».  Al-Hallaj – se interpretiamo bene – rinuncia, come la maggioranza dei mistici, a definire l’Essere supremo in termini razionali. La conoscenza di Dio, infatti, è affidata a un sapere equivalente a un vedere in  stretta correlazione con l’Altro, oltre che agli stimoli di un cuore amoroso: «Ha volato il mio cuor con le penne  d’amore,/ con l’ali del mio volere».

Sarà a conti fatti il Vero a rivelare sé stesso «come una perla che potente riluce». E all’insegna di un non-dove che rappresenta il superamento delle categorie umane.  

"Ho visto il mio Signore"

Ho visto il mio Signore con l’occhio del mio cuore;

Gli ho chiesto “chi sei?” mi ha risposto: “tu”!

Il Tuo “dove” non appartiene al “dove”,

ché in Te nessun “dove” esiste.


Né c’è un’immagine da immaginare

che ci faccia scoprir dove Tu sei.


Tu sei Colui che contiene ogni “dove”

fino al “non-dove”: e dove mai sei Tu?


Nel mio estinguermi s’estingue l’estinzione

E nella mia estinzione T’ho trovato.

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