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Sab 11 apr | Santo del giorno | Parola rito Romano | Ambrosiano
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    I commenti delle pagine di Vangelo di domenica 12 aprile, II Domenica di Pasqua

    Calendario romano

    Un onesto dubbio, una bella fede

    di Dante Balbo

    Quante volte abbiamo detto, di fronte al problema religioso, “sicuramente qualcosa c’è, ma chissà...”. Dopo aver incontrato Gesù nella propria vita non è più possibile. Bisogna però aver fatto questa esperienza, aver riconosciuto nelle vicende che ci hanno coinvolto una presenza di provvidenza, di amore gratuito, di misericordia benevola e immeritata. In seguito, possono accadere eventi che fanno vacillare questa certezza. Ricordo la sera in cui l’esercito cinese ha aperto il fuoco sui giovani in piazza Tienanmen, che non avevano armi ma solo fiori.

    Il dolore mi ha travolto, come una marea montante: in quel gesto ignobile si sono condensate tutte le ingiustizie, il grido delle vittime di ogni tempo, l’insensatezza del male. Solo anni dopo ho potuto stare davanti al Crocifisso e cogliere per un istante, non certo capire, che Lui era anche su quella piazza e in tutti i luoghi dove ogni persona è umiliata, annientata, senza nemmeno la forza di gridare.

    Tommaso, l’apostolo, aveva assistito alla distruzione delle sue speranze: il Messia che portava la pace aveva lasciato che la paura vincesse, che la morte prevalesse, che tutto il mondo crollasse. Non sappiamo dove fosse la domenica in cui il maestro si era reso presente agli altri, e quando era tornato lo avevano investito con storie di un maestro risorto, tombe vuote, angeli messaggeri di appuntamenti in Galilea.

    Dio ha creato il mondo in sette giorni e ci vuole tempo per accogliere, capire, sperare. Tommaso non può semplicemente accettare quello che gli hanno raccontato. Per noi è diverso, non abbiamo mangiato con Gesù, non lo abbiamo visto massacrato dai flagelli, grondante sangue, appeso a una croce a rubare l’aria, sapendo che presto sarà l’ultima.

    Quando Gesù lo incontra non lo sgrida, gli dice “toccami!” con una intimità profonda che non ha concesso a nessuno. Perciò Tommaso è l’unico nel Vangelo che gli risponde “Mio Signore e mio Dio!”. Questa intimità è anche per noi, se crediamo che il Signore è in ogni eucaristia: non si lascia solo toccare, diventa sangue del nostro sangue, vita nella nostra vita.

    Calendario ambrosiano

    Tommaso l’incredulo che è in ognuno di noi

    don Giuseppe Grampa

    Tommaso è l’incredulo che è in ognuno di noi, è l’incredulo che sta anche tra i discepoli di Gesù. Così, secondo Luca, quando le donne riferiscono d’aver trovato la tomba vuota, le loro parole vengono prese come «vaneggiamento». E secondo Marco, le donne, uscite dal sepolcro ormai vuoto, fuggono via spaventate e non dicono niente a nessuno perché hanno paura. E sempre Marco annota che quando gli Undici videro il Risorto si prostrarono innanzi a Lui, alcuni però dubitavano.

    Giovanni riassume questa incredulità nella figura di Tommaso. I discepoli che pure avevano ripetutamente ascoltato dal Maestro l’annuncio della sua Passione e morte e della sua Risurrezione il terzo giorno, sembra abbiano dimenticato. Anzi, due di loro fanno ritorno al loro villaggio di Emmaus. È a questi uomini rassegnati e sfiduciati che Gesù si fa incontro con i segni evidenti della sua passione. È lui l’uomo della croce, è vivo, corporalmente vivo. Se anche noi, pur avvertendo la bellezza dell’annuncio pasquale, siamo come paralizzati dall’incredulità, ecco siamo proprio come i discepoli: la fatica ad aprirci alla novità della Pasqua è stata anzitutto fatica dei discepoli. Può essere anche la nostra fatica. Sono pieno di stupore al pensiero che i discepoli di Gesù così scettici, così restii a credere al Risorto poi ne sono diventati i testimoni coraggiosi fino a dare per lui la vita.

    Che cosa è accaduto tra quel venerdì di fuga impaurita e disperata dalla croce di Gesù e poi la loro vita di intrepidi testimoni? A noi, proprio a noi, è dedicata quella parola di Gesù che abbiamo ascoltato e che può sostenere i nostri dubbi, le nostre fatiche a credere: «Beati coloro che senza aver visto crederanno».

    I nostri occhi non hanno visto, le nostre mani non hanno toccato il corpo del Risorto eppure possiamo credere anche grazie al dito esitante di Tommaso che sfiora appena le ferite dei chiodi.

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