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I santi Pietro e Paolo, profondamente trasformati dall’amore di Cristo che li raggiunge

di don Fabiano Giudicelli

La festa dei santi Pietro e Paolo ci invita a guardare a queste due colonne della Chiesa non come a figure statiche, ma come a uomini viventi, ardenti, dotati di un carattere forte e profondamente trasformati dall’amore di Cristo che li raggiunge. Spesso rischiamo di isolare Pietro nel suo ruolo istituzionale e di vedere Paolo unicamente come un profondo teologo, dimenticando che le loro vite sono il racconto di due straordinarie e laboriose conversioni.

Il percorso spirituale di Pietro ci offre una prospettiva sorprendente: per lui, la conversione non è stata il passare da una vita mediocre a una vita generosa. Pietro era già estremamente generoso e impulsivo: è il primo a lasciare tutto, cammina sulle acque, offre di costruire tre tende sul Tabor, e nel Getsemani sguaina la spada per difendere il Maestro. La sua vera conversione ècd consistita nel rinunciare alla propria generosità umana per fondare tutto unicamente sulla grazia di Dio. Pietro era mosso da un amore che non accettava un Messia umiliato e sofferente; voleva salvare Cristo, anziché accettare di essere salvato da lui. Solo l’esperienza del proprio limite nel triplice rinnegamento e lo sguardo misericordioso del Signore lo portano a cambiare mentalità. Quando Gesù gli affida il compito di pascere le sue pecore, non gli insegna un metodo pastorale, ma si concentra sul mistero del rapporto di amore e di amicizia. Gesù gli chiede semplicemente: “Mi ami tu?”. Tutta la sua vocazione è feconda solo se è vissuta dentro questo intimo e infinito scambio di amore con Cristo, un amore che ricomincia sempre, anche dopo gli inevitabili rinnegamenti.

Il cammino di Paolo rappresenta un capovolgimento altrettanto radicale, ma opposto. Da fariseo irreprensibile, violento e persecutore accanito della Chiesa, Paolo viene raggiunto da una grazia del tutto immeritata. Per Paolo, la conversione ha significato rifiutare la tentazione di costruire da sé la propria santità attraverso l’osservanza della legge e i propri sforzi morali. Egli arriva a disprezzare e considerare come “spazzatura” il suo antico sistema di valori, pur di “guadagnare Cristo”. Paolo comprende che cercare di essere giusti davanti a Dio solo con le proprie opere serve in realtà unicamente a nutrire la propria superbia; la vera giustizia è invece un dono da accogliere uscendo da se stessi e abbandonandosi nella fede a Colui che ha dato se stesso per lui.

Ciò che unisce questi due apostoli è la scoperta dell’amore di Dio nella persona di Gesù come fondamento di tutta la vita cristiana. Nessuno dei due meritava la propria vocazione. Entrambi si scoprono amati e perdonati. Pietro e Paolo ci ricordano che il vertice della vita cristiana non è lo sforzo solitario verso la perfezione, ma l’accogliere, con umiltà gratitudine, il dono gratuito e immeritato di Dio, permettendo poi a questo amore di trasformare, loro e noi, in strumenti per portare il Vangelo alle nazioni e vivere la carità e la comunione con Cristo e ogni altra persona.

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