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I trent'anni del Codice dei canoni delle Chiese orientali spiegati dal prof. Cesare Varalda

Si sta svolgendo in queste ore la settimana di corsi intensivi dell'Istituto Internazionale di Diritto canonico e diritto comparato delle religioni (DiReCom) della Facoltà di Teologia di Lugano, quest'anno dedicata ai trent'anni di promulgazione del Codice dei canoni delle Chiese orientali (CCEO). Per l'occasione abbiamo intervistato uno dei due relatori della settimana, il prof. Cesare Varalda, sull'importanza di questo anniversario.

Professor Varalda, partiamo dalla celebre definizione di S. Giovanni Paolo II: la Chiesa respira con due polmoni, quello della Chiesa orientale e quello della Chiesa occidentale. Può spiegare ai nostri lettori cosa voleva dire San Giovanni Paolo II con questa espressione, proferita proprio al momento della promulgazione del Codice delle Chiese orientali?

"San Giovanni Paolo II quando usò quest’espressione intendeva dire che -

finalmente -nella Chiesa la tradizione latina con la sua spiritualità,

la sua liturgia, le sue sottolineature teologiche e la sua disciplina

non rappresenta l’unica modalità di vivere la fede: c’è tutta la

ricchezza dell’oriente cristiano che per molto, troppo tempo, è stata

come soffocata nel tentativo, per fortuna fallito, di uniformare e

omologare la vita ecclesiale, quasi fosse indispensabile avere, non solo

un’unica fede, ma anche un’unica espressione storica della fede. La fede cristiana essendo incarnata nel tempo e nello spazio non tollera l’uniformità, al contrario cerca la diversità.  In proposito affermava il Vaticano II nel documento dedicato alle Chiese orientali: la varietà non solo non nuoce alla unità della Chiesa, ma anzi la manifesta".

In 30 di applicazione dei due Codici è cambiato qualcosa, in generale?

"Trent’anni sono poca cosa nella vita della Chiesa. Tuttavia, come disse Benedetto XVI nel discorso in cui annunciò la sua rinuncia al ministero petrino “nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede”, anche trent’anni sono un buon lasso di tempo".

"Il Codice delle Chiese orientali e poi quello della Cheisa latina sono figli del Concilio Vaticano II e hanno svolto un ruolo significativo nel favorire un equilibrato cammino di accoglienza della novità radicale del Vaticano II nel contesto della tradizione. Certo molto è cambiato, ma io penso che dopo trent’anni il codice orientale e il suo fratello maggiore il codice latino del 1983 godano ancora di ottima salute, nondimeno abbisognano, come di ogni organismo sano, di buona alimentazione e di un poco di esercizio fisico: in tal senso le riforme recenti sia di Benedetto XVI che di Papa Francesco (soprattutto sul processo matrimoniale) rappresentano senz’altro un dato positivo".

Ecclesia semper reformanda est. Come riuscire a muoversi in questa direzione dal punto di vista del diritto canonico?

"Sfido a trovare una istituzione che per più di cento anni continui a cambiare pur restando fedele a sé stessa! La Chiesa essendo umana e divina è, al contempo, statica e dinamica. In essa vivono gli opposti in una mirabile sintonia. La Chiesa come tale è in grado di adattarsi ai più diversi contesti sociali e culturali senza perdere la propria intima natura. Il diritto canonico in questo è strumentale perché essendo sostanzialmente un linguaggio esso muta al mutare del contesto senza mai perdere quelle parole che ne caratterizzano il cuore".

Siamo nel mese missionario straordinario. Come può essere "missionario" il diritto canonico? Diritto canonico e Chiesa "in uscita": come si combinano le due cose?

"Il diritto canonico non è un sistema avulso dalla vita della Chiesa che tende a imprigionare lo Spirito! Tutt’altro il diritto canonico svolge la medesima funzione dell’alveo di un fiume che argina e indirizza l’acqua verso la foce. Vale a dire, la dimensione missionaria è coessenziale alla vita della Chiesa, è iscritta nel suo stesso DNA, la Chiesa o è missionaria o non è Chiesa. Il diritto canonico svolge una funzione essenziale in tal senso in quanto esprime e favorisce quell’intima tensione all’essere-per, all’uscire che è poi la cifra dell’insegnamento di Papa Francesco.

L.Q.

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