Lunedì 31 agosto quasi 55'000 allievi e circa 7'000 docenti sono rientrati nelle aule ticinesi. Il giorno prima don Emanuele Di Marco — rettore del Seminario diocesano San Carlo e direttore dell'Ufficio diocesano per l'istruzione religiosa scolastica — aveva pubblicato la propria omelia domenicale, tenuta in una celebrazione seguita anche via radio e costruita su un titolo secco: «Allievi di Gesù». Nelle stesse ore, a Breganzona, il Liceo diocesano recapitava le lettere d'inizio anno agli studenti e ai genitori.
La classe dei discepoli
Il Vangelo del 30 agosto (Mt 16,21-27) porta il primo annuncio della passione e il rimprovero di Pietro. Don Emanuele lo legge come una lezione andata storta: «Il complesso mondo dell'apprendimento è proprio così: cuore e mente hanno bisogno di tempo». I discepoli si trovano davanti a «una vera e propria "situazione-problema"»: il Maestro che muore, il rischio di restare senza guida, una croce da prendere prima ancora che la croce esista. «Capite la difficoltà in cui si è trovata la classe dei discepoli?».
L'omelia infila anche un passaggio di didattica, con la neuroplasticità e l'80% del peso adulto raggiunto dal cervello nei primi due anni: «Il nostro cervello è strutturato in modo tale che è impossibile non imparare». Il punto d'arrivo, però, è un verbo. «Sapete qual è il verbo più prezioso nell'apprendimento? Non dire, non fare, non potere. Ma scegliere». Segue un avvertimento: «Quando invece sarà un'altra intelligenza, artificiale o reale che sia, a scegliere per lui… allora non sarà più uomo».
Uno che saluta, uno che comincia
Al Liceo diocesano di Breganzona, fondato nel 1987 dall'allora vescovo di Lugano monsignor Eugenio Corecco, Alberto Moccetti scrive ai ragazzi per l'ultima volta da direttore: «Quest'anno per me sarà l'anno del pensionamento». Ventidue anni alla guida dell'istituto, condensati in una frase sola: il suo lavoro è stato una bella avventura perché ha capito presto «che valeva la pena di lavorare insieme con altri, insieme davvero, confrontandosi e fidandosi».
Sotto, sullo stesso foglio, firma Gianluca D'Ettorre, docente con esperienza nella scuola pubblica e nell'attività sindacale, presentato ufficialmente lo scorso 9 maggio. «Quest'anno, il mio primo anno come direttore e docente di questa scuola, proprio l'aspetto delle nuove sfide, a cui ha accennato Alberto, è per me particolarmente rilevante». L'invito a concepirsi come compagni di viaggio, aggiunge, «vale dunque sia per voi, sia per tutto il corpo docenti, sia per il direttore entrante».
La parola che ricorre
Nella lettera ai genitori i due firmano insieme e richiamano l'intuizione di Corecco da cui è nato l'istituto quarant'anni fa: «l'idea di un luogo dove fosse possibile dare un contributo alla costruzione della società del domani a partire dal patrimonio della tradizione cristiana in campo educativo e culturale». Il gesto della doppia firma anticipa già il metodo che annunciano per i mesi a venire, quando lavoreranno «fianco a fianco insieme agli altri nostri collaboratori».
La stessa parola torna nel testo per i ragazzi. Moccetti descrive lo scopo di una vita di lavoro come «costruire un luogo (la scuola) dove fosse possibile crescere insieme - allievi, insegnanti, genitori - e aiutarsi in un tratto importante dell'impegnativo e bel cammino della vita». Il consiglio pratico che ne ricava è rivolto a chi affronta la prima liceo, gli esami di maturità o semplicemente una materia nuova: il modo migliore per capire «che cosa ci piace, in che cosa siamo più capaci, quali sono i nostri limiti» è «non concepirsi come individui isolati». Allievi e insegnanti diventano allora «compagni di viaggio, dei potenziali amici».
L'omelia lavora sullo stesso nodo, e ci aggiunge un'ombra. Il gruppo, da solo, non basta e non è sempre buono: Pietro prende Gesù in disparte proprio per affetto, e quell'affetto si rovescia — «è possesso, non è vero amore». La comunità regge, secondo don Emanuele, solo se qualcuno cammina davanti. Da soli le croci si tenta di scacciarle e pesano di più; dietro al Maestro diventano strumento, perché «con Gesù la croce non è mai l'ultima parola».
A te, che hai pulito le aule
Sul suo profilo Facebook don Emanuele ha diffuso anche una preghiera che scorre l'elenco di chi, il primo giorno, varca una porta. Chi entra per la prima volta. Chi ha paura «che qualcosa non vada bene». Chi non vuole andare perché lo prendono in giro. Chi ha preparato belle lezioni e chi si sente senza fantasia. E, in fondo alla lista, «A te, che hai pulito le aule con affetto».
È un elenco che non seleziona: mette sullo stesso piano l'entusiasmo e il timore, chi insegna e chi lava i pavimenti, chi si sente a suo agio in classe e chi ci arriva controvoglia. Da qui l'immagine più concreta lasciata dall'omelia. La cartella — l'oggetto che il 31 agosto è tornato sulle spalle di decine di migliaia di ragazzi — è il posto in cui, dice don Emanuele, va messa serenamente anche la croce, «in mezzo alle tante cose che vi metteremmo più volentieri». Non al posto delle altre: accanto. Con la promessa che chi cammina davanti, il buon Maestro, «non ci deluderà mai».