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Giovani, è tempo di dialogo: "Come adulti dobbiamo ascoltarli, abbiamo molto da imparare".

Il tema del dialogo con le giovani generazioni è tornato all’attenzione della cronaca dopo i recenti fatti di Milano, con gli scontri nel centro città che hanno coinvolto molti ragazzi neanche ventenni. Don Francesco Vanotti conosce bene pre-adolescenti e adolescenti: è sacerdote a Como, collaboratore nelle parrocchie di San Giorgio e San Salvatore, ha 46 anni ed è direttore dell’ufficio catechistico della sua diocesi oltre che docente all’ Università Pontificia Salesiana. In Ticino è conosciuto per gli incontri che tiene dallo scorso anno in collaborazione con l’UIRS (Ufficio Istruzione Religiosa Scolastica): pochi giorni fa è stato ospite a Giubiasco, e il 28 novembre interverrà a Lugano.

Lo scorso 24 ottobre, a Giubiasco, ha parlato di “Come entrare in dialogo con le nuove generazioni?”. C’è un segreto?

No, ma ci può essere un orientamento per noi adulti: imparare a guardare i ragazzi con occhi nuovi, non come un problema da risolvere, ma come un dono da scoprire. I giovani di oggi non cercano adulti perfetti ma autentici e credibili, capaci di ascoltare senza giudicare, di esserci senza invadere, di accompagnare senza pretendere di controllare tutto della loro vita. Adulti che non abbiano paura delle domande, delle provocazioni e anche silenzi. Chi è docente, chi si occupa di educazione questo lo sa molto molto bene. Il dialogo può nascere quando un giovane percepisce che non siamo interessati soltanto a ciò che lui o lei fa, ai suoi risultati o a quello che vive, ma innanzitutto a ciò che è, alla sua storia, ai suoi sogni e anche alle sue ferite. ​Credo che poi ci sia un altro aspetto importante: noi non possiamo entrare nel mondo dei giovani portando soltanto le nostre risposte. ​Dobbiamo avere il coraggio di lasciarci interrogare soprattutto dalle domande. Forse il segreto è proprio questo, allo stesso tempo semplice ma anche impegnativo: prima di chiedere ascolto, dobbiamo regalare ascolto. Prima di pretendere fiducia, dobbiamo imparare a darla.

Una generazione giovane che nasce in un contesto secolarizzato, con sempre meno retroterra cristiano. Qual è la “buona notizia” che il Vangelo può dare loro?

I ragazzi sono immersi in una società che chiede a tutti, anche agli adulti, di essere sempre all’altezza, sul pezzo, performanti. Sempre connessi e possibilmente sempre felici. Questo si scontra con la quotidianità e le sue fatiche. La “buona notizia” a mio parere è proprio questa: tu vali infinitamente più dei tuoi risultati, dei tuoi errori, delle tue fragilità e anche dell'immagine che gli altri hanno di te, e che magari tu stesso hai contribuito a costruire. Se i ragazzi vivono la paura di non essere mai abbastanza, il Vangelo invece introduce una logica completamente diversa: tu non devi conquistare l'amore di Dio perché sei già amato, a prescindere da tutto. Ecco perché credo che oggi la catechesi debba essere soprattutto un'esperienza di incontro e di scoperta, non semplicemente una trasmissione di nozioni religiose. I ragazzi, i giovani, ma anche gli adulti, non hanno bisogno soltanto di sapere qualcosa su Gesù. Abbiamo tutti bisogno di comprendere come Gesù ha qualcosa da dire alla nostra vita concreta, al nostro modo di vivere le relazioni, al nostro modo di attraversare le paure, di amare e anche di lasciarci amare. Quando un giovane o un ragazzo comincia a crederci davvero, credo che qualche cosa dentro di lui possa cambiare.

Quali emozioni ha provato, da educatore, davanti agli scontri di Milano, con protagonisti ragazzi anche di 11 o 12 anni?

In primo luogo ho sentito inquietudine e tristezza profonda. La prima domanda, istintiva, è stata: “Dove abbiamo fallito, come mondo educativo?”. Poi però ne è nata un’altra: “Cosa non siamo riusciti ad ascoltare come adulti, prima che la rabbia di questi ragazzi esplodesse?”. ​Naturalmente la violenza non si può giustificare e occorre riconoscere le responsabilità. ​Ma credo che fermarsi alla condanna non basti, perché dietro certi comportamenti possono nascondersi solitudini profonde, fragilità, desideri di appartenenza, di essere riconosciuti, e poi difficoltà a dare un nome alle proprie emozioni, talvolta anche una certa fatica a immaginare il futuro. E poi, un’ultima considerazione: non dobbiamo pensare che questi episodi rappresentino un'intera generazione. Bisogna ricordare che tantissimi giovani ogni giorno s’impegnano, si prendono cura degli altri, e lo fanno spesso lontano dai riflettori e dai casi di cronaca. In ogni caso non possiamo mai far coincidere un ragazzo, così come ogni persona, con il suo gesto peggiore.

C’è una generazione di giovani con cui il dialogo oggi è impossibile?

No, ma oggi la questione è proprio scommettere su una possibilità di dialogo tra diverse fasce d’età. ​Ogni generazione porta con sé dei linguaggi, delle sensibilità, anche una cultura peculiare. Con i giovani di oggi le distanze sono particolarmente marcate, pensiamo per esempio alla trasformazione digitale che le rende ancora più evidenti. Ma sotto queste differenze rimangono delle domande profondamente umane che credo che siano proprio la base per ritessere il dialogo tra le generazioni: "Chi sono?", "Quanto valgo?", "C'è qualcuno che mi vuole bene davvero?", "Che senso ha la mia vita?", "Di chi posso fidarmi?". ​Penso che il problema non sia tanto la distanza tra le generazioni, quanto il rischio di trasformare questa distanza in un muro. E i muri nell'educazione e anche nella condivisione della pratica della fede non hanno mai generato futuro, questo lo sappiamo bene. ​Occorre recuperare il gusto di una curiosità da entrambe le parti. ​Noi adulti abbiamo molto da trasmettere, certamente, ma d'altra parte abbiamo anche molto da imparare da questa generazione, se saremo davvero disponibili ad ascoltarla.

Lei tiene degli incontri formativi nel Canton Ticino: dal suo punto di vista di osservatore “esterno”, ma vicino alla realtà della Svizzera italiana, quali sfide e quali risorse intravede per il territorio ticinese in merito al rapporto coi giovani?

Per quello che posso vedere, la realtà ticinese mi sembra particolarmente interessante perché possiede una risorsa educativa preziosa, cioè la possibilità di costruire delle relazioni di prossimità. La vicinanza delle varie comunità e la dimensione ristretta del territorio consentono rapporti stretti. ​Penso alle parrocchie, alle scuole, alle associazioni e alle tante persone che spesso con grande discrezione si dedicano all'accompagnamento delle nuove generazioni. Ho incontrato tante persone, tanti adulti appassionati dell'educazione. Mi colpisce anche la possibilità di mettere in dialogo sensibilità culturali differenti tra loro in un territorio che vive una propria identità e nello stesso tempo si confronta quotidianamente con realtà più ampie. Naturalmente non mancano le sfide: anche in Ticino i ragazzi vivono le grandi contraddizioni del nostro tempo, le opportunità straordinarie offerte dalla tecnologia, ma anche il rischio dell'isolamento. E allora penso che una sfida decisiva sia raggiungere anche quei giovani che non frequentano più i nostri ambienti, che non si riconoscono più nelle proposte tradizionali o che semplicemente non trovano uno spazio in cui sentirsi protagonisti. Da questo punto di vista, penso che non basti più offrire ai giovani qualcosa da fare, ma un posto da abitare, una voce da far sentire, un futuro da costruire. ​E il Ticino, proprio per la sua dimensione e per la ricchezza delle sue relazioni comunitarie, può diventare un vero laboratorio significativo di alleanza e di collaborazione educativa.

Sabato 28 novembre, dalle ore 9, don Francesco Vanotti interverrà al Centro pastorale San Giuseppe, a Lugano, nell’incontro dell’Ufficio Istruzione Religiosa Scolastica sul tema: “Quali linguaggi sono più adatti per comunicare il Vangelo oggi?“.

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