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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (28 gennaio 2026)
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  • da sinistra: mons. Zanini, vicario generale e il vescovo Lazzeri

    La lettera pastorale del vescovo di Lugano: ripartire dal cuore

    Sono pagine piene di amore, di gesti concreti e di sentimenti profondi quelle dell’ultima lettera pastorale di mons. Valerio Lazzeri, pubblicata ieri. «Ripartire dal cuore», questo il titolo della lettera, la quinta, che il vescovo di Lugano rivolge alla diocesi e alla società intera. Tema di queste pagine (una decina in tutto) è la ripresa della vita, delle attività e delle comunità dopo l’emergenza degli ultimi mesi. Ripartire dal cuore, appunto, per ritrovare il senso di un tempo che ha sconvolto le vite di tutti. Abbiamo chiesto di commentare la nuova lettera pastorale al vicario generale, mons. Nicola Zanini.

    Mons. Zanini, all’inizio di un mese di settembre di ripartenze quanto mai atteso, le parole del vescovo nella nuova lettera pastorale sembrano donare speranza ai fedeli ancora timorosi e pieni di incognite sul futuro. Da cosa nascono queste pagine così concrete e piene di amore per i fedeli e la società tutta?

    Sin dall’inizio della pandemia monsignor vescovo ha ancora una volta reso concrete le parole che gli sono state rivolte il giorno della sua ordinazione episcopale, durante la consegna del pastorale: «abbi cura di tutto il gregge nel quale lo Spirito Santo ti ha posto come vescovo a reggere la Chiesa di Dio». Lo testimoniano la preghiera quotidiana del rosario all’altare della Madonna delle Grazie nella Cattedrale di San Lorenzo, le celebrazioni dell’Eucaristia in diretta tv e radio, due sue lettere indirizzate ai fedeli. Solo per fare qualche esempio. Personalmente, sono testimone della sua vicinanza a tante persone, attraverso scritti e telefonate. La lettera pastorale di questi giorni si inserisce in questo suo desiderio di essere vescovo per noi, vicino alle situazioni concrete di ciascuno. Sentiamo tutti la fatica della ripresa in un momento di incertezza, tra un passato di pandemia acuto e un futuro non ancora chiaro. Mons. Lazzeri ci aiuta a leggere questa fatica come Chiesa, insieme, e lo fa indirizzandoci una breve ma intensa lettera, cristiano con noi e vescovo per noi, come amava definirsi Sant’Agostino.

    Nella lettera si parla dell’emergenza dei mesi appena trascorsi, della pandemia come di un evento che ha portato la tragedia dei lutti e della sofferenza ma anche degli insegnamenti preziosi che ognuno di noi ha potuto trarre e di cui ora è bene non dimenticarsi. È davvero possibile dunque pensare alla pandemia come a un evento che offra anche aspetti positivi per la società?

    La pandemia è e resta qualcosa di negativo, di pesante, di faticoso. È un male. Credo non ci si possa scostare da questo giudizio, soprattutto pensando a chi è stato colpito dalla malattia o dalla morte di una persona cara. È vero, però, che questa esperienza faticosa deve farci riflettere, come singoli, come collettività e non da ultimo come comunità cristiana. Ce lo ha ricordato bene Papa Francesco in quella commovente celebrazione in piazza San Pietro, la sera del 27 marzo scorso. Il vescovo ci aiuta ulteriormente in questa riflessione, dicendoci chiaramente che la pandemia ci ha lanciato una sfida. Vale la pena coglierla anche come fedeli della Chiesa che è a Lugano, in un contesto preciso, qui e ora.

    L’invito del vescovo è quello di non temere, ma di fidarsi di Dio: come possiamo dunque essere Chiesa oggi, senza paura?

    La risposta è contenuta nella lettera pastorale. Un invito, dunque, a leggerla con attenzione e da questo punto di vista. Senza svelare troppo mi pare però di poter dire che il vescovo ci chiede di «risvegliare un desiderio più radicale di comunione, di vittoria sull’isolamento, di superamento di barriere e di pregiudizi ritenuti finora insormontabili».

    Ai preti delle parrocchie ticinesi da dove consiglia di ripartire? Come possono ricucire le comunità affaticate dai mesi di lockdown e ancora timorose?

    La lettera pastorale ci consegna una parola d’ordine: “mistagogia”. Si tratta di armonizzare tra loro catechesi, liturgia e vita. Senza inventare strategie nuove, bensì aprendo strade su quello che c’è già. E le strade nuove si aprono, ci dice chiaramente il vescovo, attraverso un intensificarsi della preghiera, aiutati dalla lectio divina, lasciandoci plasmare dalla liturgia. Un percorso da tracciare anche attraverso le zone o le reti pastorali, «laboratori di speranza» che ci aiutano a ripartire, laici e presbiteri, insieme. Certi – questa è la nostra fede – che «tutto sarà bene», come scriveva la mistica del Trecento, Giuliana di Norwich.

    Silvia Guggiari

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