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Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano (24 gennaio 2026)
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  • Leone XIV celebra la Messa per il Giubileo del mondo missionario e dei migranti

    Missionari e Migranti trovano nel Giubileo a loro oggi dedicato una saldatura molto indovinata. Li accomuna il viaggio alle frontiere. Oggi spesso queste sono segnate da discriminazione e violenza nel caso dei migranti che cercano una terra più propizia; ma si sono pure in qualche modo ravvicinate tanto che da portare a dover riconsiderare, già da tempo, il senso stesso della missione come opera da spendere sempre più nei luoghi di crisi esistenziali e non 'solo' a latitudini estreme. Concetto chiave che riprende e sottolinea Leone XIV nell'omelia della Messa presieduta in questa domenica 5 ottobre sul sagrato della basilica di San Pietro di fronte a una piazza con quarantamila persone che la pioggia non ha dissuaso dal parteciparvi.

    LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELL'OMELIA DEL PAPA

    Continuare l'opera di Cristo nelle periferie del mondo

    La vocazione missionaria nasce dal "desiderio di portare a tutti la gioia e la consolazione del Vangelo - sottolinea il Papa -, specialmente a coloro che vivono una storia difficile e ferita". Il pensiero va subito ai "fratelli migranti", alla paura e alla solitudine che li attraversa quando ad attraversare mari e confini insidiosi sono i loro corpi e i loro sogni. Dopo aver ribadito, come fece Papa Francesco, che tutta la Chiesa è missionaria, Leone resta nel solco tracciato dal suo predecessore e invita a "continuare l’opera di Cristo nelle periferie del mondo, segnate a volte dalla guerra, dall’ingiustizia e dalla sofferenza".

    Poi si fa interprete della grande domanda che pervade in particolare l'oggi intriso da più parti di vere e proprie carneficine. "Scenari oscuri", dice, dinanzi ai quali riemerge l'interrogativo non estraneo alla Bibbia: "Perché, Signore sembri assente?". E ricorda la visita di Benedetto XVI ad Auschwitz in cui il tema inevitabilmente si ripropose. Prevost afferma:

    La risposta del Signore, però, ci apre alla speranza. Se il profeta denuncia la forza ineluttabile del male che sembra prevalere, il Signore dal canto suo gli annuncia che tutto questo avrà un termine, una scadenza, perché la salvezza verrà e non tarderà: «Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» (Ab 2,4). C’è una vita, dunque, una nuova possibilità di vita e di salvezza che proviene dalla fede, perché essa non solo ci aiuta a resistere al male perseverando nel bene, ma trasforma la nostra esistenza tanto da renderla uno strumento della salvezza che Dio ancora oggi vuole operare nel mondo. 

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