Ci sono esperienze che cambiano il modo in cui guardiamo alla vita, una di queste è quella vissuta da Riccardo Braglia, noto imprenditore ticinese, marito, padre di quattro figli e uomo di grande fede che ha raccontato in un libro la sua esperienza con la malattia: «Il cammino nel deserto», recentemente presentato in due occasioni a Lugano. Durante gli interventi, l'imprenditore ticinese ha raccontato come da uomo di successo a capo di una farmaceutica a livello mondiale, si sia ritrovato a fare i conti con la propria fragilità e con la paura di non farcela. Un racconto che ha toccato temi profondamente umani come la difficoltà di comunicare la malattia alle persone che amiamo, la paura non tanto della morte quanto di non vedere crescere i propri figli, il valore della fede, la scoperta della propria vulnerabilità, il desiderio di lasciare qualcosa di sé alle generazioni future. In questo tempo, Braglia si trova ad affrontare non solo la malattia, ma anche la propria umanità e fragilità. Lui che da una vita ricopriva il ruolo di leader, chiamato ogni giorno a prendere decisioni importanti e dal quale dipendevano centinaia di persone, si ritrova all’improvviso impotente ed inerme, «semplicemente » uomo e paziente che deve sottostare alle decisioni dei medici. Dopo la diagnosi di leucemia acuta, arrivata nel dicembre 2021, per Braglia iniziano lunghi mesi di ospedale, le terapie, il trapianto e un lungo periodo di isolamento: un tempo che lo ha portato a cambiare il suo sguardo sulla vita e lui stesso definisce un «cammino nel deserto», espressione utilizzata dal suo parroco prima dell'inizio delle cure. Un invito a vivere la malattia non soltanto come una prova fisica, ma come un tempo nel quale riscoprire sé stesso e approfondire la propria spiritualità.
La fede, che Braglia definisce una compagna quotidiana, è diventata così parte integrante del percorso. I momenti di preghiera e di meditazione lo accompagnano nelle lunghe giornate in ospedale, lo sostengono e lo aiutano ad affrontare i momenti più difficili. «Ho scoperto cos’è la vulnerabilità umana», racconta. Per la prima volta non era lui a sostenere gli altri: aveva bisogno di essere sostenuto. E aveva bisogno di affidarsi. E così, anche il suo modo di essere imprenditore ne è uscito trasformato. Prima tendeva a decidere e controllare, oggi parla di una leadership diversa, fondata sulla delega e sulla fiducia. Accanto alla fede, nel suo racconto hanno un posto speciale gli infermieri, diventati durante i mesi di isolamento quelli che lui chiama i suoi «angeli custodi». Non grandi gesti, ma attenzioni quotidiane: una carezza durante la febbre, un aiuto quando non riusciva a muoversi, un gelato portato per alleviare il mal di gola. Piccoli segni di umanità che, in una stanza d’ospedale, assumevano un valore enorme. Tornato al lavoro dopo l’ospedale, Riccardo ha scelto di non riprendere semplicemente il ruolo di prima. La malattia gli aveva insegnato che nessuno è indispensabile e che anche un’azienda può continuare a camminare se le responsabilità vengono condivise. Oggi, a distanza di anni, anche la parola «successo» ha per lui un significato diverso. Successo è ciò che rimane, ciò che può essere consegnato alle generazioni future. È la formazione dei giovani, il sostegno alle persone, i progetti educativi in Africa grazie alla fondazione «Nuovo fiore in Africa» che da quasi vent’anni sostiene progetti educativi. Perché, alla fine, il deserto non è soltanto il luogo della prova. Può diventare anche quello della trasformazione. E il vero successo, per Riccardo, non sarà ciò che avrà accumulato o costruito per sé, ma ciò che, tra molti anni, qualcuno potrà guardare e riconoscere come qualcosa di buono lasciato agli altri.