A poco più di vent’anni Alessandro Mazzola, detto Sandro, era già un grande campione di calcio con l’Inter, ma portava un peso nel cuore. Un giorno, da adolescente, era andato a Messa e dopo la Comunione aveva pregato Gesù: «Fammi diventare calciatore come mio papà Valentino», il capitano del grande Torino morto tragicamente con i suoi compagni di squadra nello schianto aereo del 1949 a Superga. «Non importa se poi muoio a 30 anni come papà», aveva aggiunto Sandro, «ma fammi diventare un calciatore». Il suo confessore, però, si era infuriato: «È un sacrilegio! Non posso darti l’assoluzione». Sandro, ragazzo dalla fede semplice, da allora non faceva più la comunione.
Negli stessi anni, Mazzola aveva sentito parlare tante volte dalla nonna di padre Pio, il frate cappuccino che in Puglia, lontano da Milano, faceva miracoli e lasciava un segno nella vita delle persone (mercoledì 23 Settembre si celebra la sua memoria liturgica). A metà degli anni Sessanta la sua Inter giocò in trasferta a Foggia, a pochi chilometri da San Giovanni Rotondo, dove viveva padre Pio. La squadra andò in visita ufficiale, tra la curiosità dei frati e l’ironia di padre Pio: «Ma vengono qua perché sperano di vincere?», aveva detto a chi gli stava vicino. È stato lo stesso Mazzola a ricordare l’aneddoto in una bella intervista del 2017 a Padre Pio TV. E a svelare che la mattina dopo, all’alba, violò le rigide regole della squadra per andare, insieme al capitano Armando Picchi, a confessarsi in segreto da padre Pio. Che sorrise davanti a quel peccato giovanile, e gli diede l’assoluzione non senza i canonici «Cinque Pater, Ave e Gloria». L’episodio in realtà cambiò Mazzola ben oltre quella confessione: raccontò infatti di una svolta nel rapporto col calcio, quel sogno diventato ossessione nel ricordo di papà Valentino, perso quando aveva solo 6 anni. «L’ho capito qualche anno più tardi», ha raccontato, «ma dal giorno dell’incontro con padre Pio qualcosa è scattato dentro di me. Prima se le cose andavano male in campo mi arrabbiavo, mentre poi ho vissuto con più serenità gli errori e le relazioni con compagni e avversari».
Sandro Mazzola è morto lo scorso sabato, 19 settembre, all’età di 83 anni. È stato uno dei giocatori più forti della storia italiana, bandiera dell’Inter con cui vinse due Coppe dei Campioni e quattro Scudetti, protagonista della Nazionale, ma soprattutto uomo di valori, punto di riferimento anche da dirigente per tanti giovani. I funerali sono stati celebrati nella Basilica di Sant’Ambrogio lunedì 21 settembre (qui il ricordo della Diocesi di Milano), e l’abate Carlo Faccendini ha ricordato nell’omelia la sua fede che lo ha accompagnato anche negli ultimi tempi di malattia, affrontata con serenità. In casa teneva un pezzo di una guglia del Duomo di Milano: gliel’aveva regalata monsignor Spada, insegnante di religione che avrebbe poi celebrato il matrimonio con la moglie Graziella, e non solo: nella stagione 1970-71, quando l’Inter vinse lo Scudetto dopo una grande rimonta sul Milan, fu proprio don Spada che Mazzola chiamò per celebrare una Messa con tutta la squadra. Storie di un calcio e di un’epoca passata, che possono ispirare anche i giovani sportivi di oggi.