di Markus Krienke*
Disrupture – un termine che si candida a indicare l’importanza storica del World Economic Forum 2026 attraverso due fattori: Tecnologia e Trump. E la consapevolezza che tutte e due le “T” stanno per il superamento di quel limite al potere economico e politico che finora garantiva – in modo più o meno affidabile – sicurezza e pace. Tale limite è rappresentato e garantito da regole – che nello sviluppo tecnologico si cercano e a livello politico si distruggono. Non esiste attualmente nessun consenso su ciò che “non si dovrebbe fare”. Di conseguenza, a livello globale erode a vista d’occhio la fiducia (Trust).
L’affermazione del Premier canadese Mark Carney a Davos, «se non siedi al tavolo, sei nel menù», esprime in modo emblematico tale nuova realtà davanti agli occhi ancora (davvero?) sopresi del mondo. Meno diplomatico è stato a Davos il Governatore democratico della California, Gavin Newsom, che ritiene ogni diplomazia internazionale inutile nei confronti del «T-Rex» Donald.
Dalla questione Groenlandia al Board of Peace
Da sei anni il presidente degli Stati Uniti era assente da Davos – e il suo ritorno è stato un vero colpo di scena, soprattutto di carattere auto-celebrativo. Innanzitutto ha sottolineato la ferma decisione di “prendersi” – in modalità ancora non del tutto chiare – la Groenlandia. Tuttavia, le sue promesse di non-violenza e di rinunciare ai dazi sono state recepite con sollievo, ma solo per far spazio all’istituzione del Board of Peace (Consiglio di pace) da lui fondato, per ora incentrato ancora su Gaza e la messa a disposizione di strutture e risorse per la pace. Mentre l’Europa non si sente considerata e constata che tale nuova istituzione, questo Consiglio di pace, non si basa su regole e procedure chiare, Trump procede senza esitare nella strategia di indebolire le strutture internazionali e soprattutto l’ONU. A Davos, infatti, ha annunciato che tale Board dovrà “collaborare” con quest’ultimo anche oltre Gaza e che il Chairman sarà evidentemente lui stesso. Durante l’evento celebrativo al WEF, venti Paesi hanno messo la firma a tale progetto. Dall’Europa hanno aderito soltanto Ungheria, Bulgaria e il Kosovo. Anche il Vaticano – come tanti altri Paesi - è stato invitato e sta valutando cosa fare. Fa parte della nuova prospettiva sul mondo che domina a Davos, la messa nell’angolo di quel tema che per gli europei sarebbe il più importante, ossia l’Ucraina. E mentre Putin anche in questi giorni continua ad attaccare, Zelensky non risparmia l’Europa di critiche, specialmente per la mancanza di forza e decisione. Ciò che dà speranza al leader ucraino, è piuttosto il suo incontro con Trump.
E mentre risuonano ancora le parole di Carney «Il potere di chi ha meno potere comincia dall’onestà», diventa sempre più chiaro che senza organizzazione, sviluppo e unità politica non si riescono a realizzare gli ideali dell’umanità.
Il chiaro messaggio di Davos è che il futuro passerà attraverso nuovi equilibri di potere – tecnologico e politico che determineranno quello economico: due campanelli d’allarme per l’Europa. Ma soprattutto per chi ritiene che l’onestà reclama il diritto e il suo rispetto come base di ogni progetto dell’umanità.
*docente di etica alla Facoltà di teologia di Lugano