di Katia Guerra
In un mondo in cui le fake news abbondano, abbiamo ancora voglia di credere o ci siano stancati di chiederci se siamo di fronte a verità o a falsità? E in questo contesto, ci sarà ancora posto in futuro per Dio? È da queste domande che è iniziato l’incontro che si è svolto venerdì 24 aprile al Centro Cittadella di Lugano, moderato da don Italo Molinaro. Questi interrogativi sono stati rivolti a padre Mauro Jöhri, alla teologa Selene Zorzi e a don Massino Gaia, delegato vescovile per la pastorale.
“Siamo entrati nell’era della post verità in cui non si negano i fatti ma li si rendono irrilevanti”, sottolinea Selene Zorzi. “Mentre il bugiardo sa benissimo dove sta la verità ma la nasconde, noi siamo in una situazione in cui non importa se è vero o falso quello che si dice, ma importa che risuoni emotivamente. E questo è molto pericoloso. Come diceva la filosofa Hannah Arendt, nel momento in cui una popolazione non sa più o è stanca di andare a cercare la verità, diventa manipolabile”. Così funziona anche il fondamentalismo religioso, per la teologa: interessa prima da che parte stai e poi semmai cerchi la verità. “Ma non c'è una fede senza dubbio e senza un cammino alla ricerca della verità”.
Ritorno alla testimonianza
Don Massimo Gaia si è concentrato nella sua riflessione sulla domanda: c’è un futuro per Dio? “Dio il divino è eterno per definizione altrimenti non può essere divino. In questo senso per lui il problema del tempo passato, presente e futuro non c'è. Quindi il problema non è quello di Dio, ma quello di noi esseri umani. Allora la domanda semmai è quella di capire: saremo capaci nel nostro futuro di creare un mondo in cui Dio ha ancora uno spazio?” Come si inserisce tutto questo nel mondo social? Come le persone potranno riuscire a credere ed in particolare i giovani? “Bisogna tornare alla testimonianza, all'incontro dei volti, all'empatia. Tornare a incontrarci: ci sono tantissimi giovani che cominciano a resistere a questo enorme flusso di informazioni, all'ambiente virtuale, escono dai social”, sottolinea la teologa. La testimonianza presuppone la presenza di una comunità con la quale condividere e che ci accompagni alla ricerca di senso. “La testimonianza non solo di singoli, ma di una comunità viva”, evidenza padre Mauro Jöhri. “A Parigi 800 giovani che si sono presentati per essere battezzati la sera di Pasqua. È una cosa molto bella, anche in Svizzera romanda si comincia ad avvertire. Troveranno una comunità che veramente sappia accoglierli, che abbia la flessibilità di uscire dagli schemi di sempre per andare incontro a esigenze diverse? La sfida è renderci comunità accogliente, capace di accompagnare”. Su questo aspetto è intervenuto anche don Gaia. “È necessario riproporre una testimonianza, riproporre una comunità credibile. Le nostre parrocchie dovrebbero tornare nuovamente ad affascinare. Dobbiamo renderci conto che è finito il tempo in cui il cristianesimo plasmava tutti gli ambiti della nostra vita.”
La sfida di essere comunità accoglienza
Ma siamo sicuri che le persone vogliono la fede che noi “offriamo”, rilancia in modo provocatorio in moderatore. “La Chiesa non ha la possibilità di raggiungere tutti, ma tutti saranno raggiunti dalla grazia di Dio. Si può far tacere dentro di sé tutto, ma certe grandi domande primo o poi vengono fuori e allora si comincia a non star bene e il cuore umani si mette alla ricerca della risposta oppure ci sono le crisi. Quando uno è in crisi o va a fondo o cerca di uscirne. La sfida della comunità cristiana oggi è quella di indicare una pista che ora non è più visibile”. “Vogliamo rispondere a questo genere di ricerca o vogliamo aiutare le persone ad avere una ricerca vera?”, riflette il padre cappuccino. “Io penso che quello cristiano continui a essere un messaggio che pone al centro la persona e la porta a decidere. Un buon maestro porta l'allievo a rendersi indipendente da lui, non lo lega a sé”. La Diocesi di Lugano ha messo al centro del suo cammino il tema “"Ripartire da Cristo". “A questo si aggiunge: insieme. Il cristianesimo è incontrare Cristo. La fede ha una dimensione sì comunitaria, ma sono io che devo avere questa fede. Il fatto di avere accanto a me fratelli e sorelle che hanno la stessa mia fede, il fatto di viverla insieme mi aiuta a farla crescere. Come favorire questo? La parrocchia, la comunità cristiana legata al territorio, ha ancora il suo spazio, ma va riformata affinché sia capace di trasmettere il messaggio cristiano alla gente di oggi. Ecco, questa è la sfida che ci sta davanti”. Per Selene Zorzi bisogna tornare a scambiarci, a dirci, più che a trasmettere, a condividere che cosa ha dato senso alla nostra vita: la testimonianza è qualcosa che ci può far uscire dai confini confessionali e provare a creare luoghi dove poterci dire perché vale la pena vivere e non impotenti di fronte a come va il mondo. “Ho letto di un alpinista che era a 49 metri da un 8000 e rinuncia a raggiungere la vetta per soccorre una persona in difficoltà: la persona è più importante della vetta. Non so se questo alpinista va in chiesa oppure no, però ha integrato dei valori che sono valori umani e cristiani altissimi. Io penso che la sfida è come trasmettere alle persone, non solo la dottrina, ma soprattutto le esperienze”.
I nodi da scogliere per la Chiesa come istituzione
La serata si è conclusa con una riflessione stimolata da don Italo Molinaro sui nodi che la Chiesa, in quanto istituzione, è chiamata a sciogliere, ad esempio quello che riguardano gli scandali degli abusi, la questione dell'uso dei soldi, del potere, delle lobby all'interno della chiesa cattolica. La tentazione è quello di proteggere l’istituzione, ma l’auspicio da parte dei relatori è stato quello di continuare sul cammino della trasparenza. Anche in questo caso la testimonianza può essere una valida alleata.