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Un convegno su San Francesco per andare alle radici di un'economia con al centro le persone

di Katia Guerra

Le celebrazioni per gli 800 anni dalla morte di San Francesco rappresentano un momento propizio per interrogarsi sul modello economico da lui ispirato fondato sulla dignità della persona, sulla reciprocità, sulla cura del bene comune, che va oltre la logica del profitto. È in questa direzione che Caritas Ticino ha promosso il convegno che si svolge oggi, 20 giugno, al Centro Laudato Sì di Sant’Antonino, una realtà che si inserisce all’interno dell’Azienda agricola biosociale Catibio e che si propone come finestra di dialogo con il territorio.

«È proprio un’assoluta originalità quello che, a partire da san Francesco, il mondo francescano ha proposto come modello economico. Alcuni aspetti sono diventati le sollecitazioni rivolte ai nostri relatori e relatrici invitati ad intervenire al Convegno su Francesco, l’economista moderno», sottolinea Stefano Frisoli, direttore di Caritas Ticino. «Ad esempio, il grande tema dell’uso e non del possesso, la circolarità dei beni, il giusto prezzo, che non è un concetto nato nel francescanesimo, ma che esso ha portato avanti con molta determinazione. Nel Medioevo francescano tra il Trecento e il Quattrocento ci sono figure veramente straordinarie da questo punto di vista, come San Bernardino da Siena o Pietro di Giovanni Olivi, la creazione dei Monti di Pietà, dei Monti Frumentari: molta della terminologia che si usa in economia arriva dal mondo francescano. Come mai è stata data così tanta attenzione ai soldi, o quantomeno all’utilizzo che si fa dei soldi: perché San Francesco metteva a tema la libertà, anche dalle cose, e quindi il fatto di poter utilizzare le cose senza dover necessariamente diventarne schiavo». Se una società mette al centro il possesso, allora i beni diventano anche strumenti di potere e finiscono per creare disuguaglianze. Se invece si impara a usare le cose senza esserne dominati, si apre un modello sociale più libero, più giusto e ancora attuale oggi.

«Da questa intuizione e da un modello di economia alternativa è nato il nostro Centro, dedicato all’economia integrale proposta dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, un’esperienza che si richiama a quella francescana, ma che poi affronta in modo assolutamente moderno temi antichi, riposizionati all’interno di un progetto che mette la persona al centro e ripone nelle mani dell’umanità la salvaguardia della casa comune. Questi sono anche i nuclei essenziali che si innestano nel percorso di Caritas Ticino, che negli ultimi quarant’anni ha promosso un modello socioeconomico territoriale legato all’economia circolare, sia un modello inclusivo per tutte quelle persone che “sono fuori” dai percorsi produttivi, marginalizzati, esclusi, precarizzati, fragili e che invece in questo modello, non tanto nostro, ma proposto da una visione dell’economia diversa, in qualche modo vengono rimessi al centro».

Non un’utopia, ma una realtà concreta

«Ci sono esperienze in campo, in tutti gli angoli del mondo, che raccontano che un altro modello di economia è possibile: un modello che parte dal basso e genera servizi per le comunità», sottolinea Frisoli. Un esempio che ci propone è quello del cibo. Parlare di sovranità alimentare significa riconoscere il diritto di produrre e consumare alimenti di qualità, garantendo a chi lavora la terra un prezzo giusto. È il principio della filiera corta: non semplicemente vendere prodotti locali, ma costruire relazioni economiche più equilibrate tra produttori e consumatori. Il tema del «chilometro zero» è spesso evocato, ma non sempre accompagnato da una reale attenzione alle modalità di produzione. Un alimento può essere locale senza essere necessariamente sostenibile o coerente con l’idea di qualità che il consumatore immagina. Per questo, secondo Frisoli, la qualità va intesa in senso ampio. Non riguarda solo il gusto, il profumo o le caratteristiche organolettiche di un alimento, ma anche il luogo in cui è stato prodotto, il modo in cui è stato coltivato e l’impatto ambientale generato dalla sua produzione. «Un prezzo giusto» non vuol dire necessariamente basso, ma adeguato sia alle esigenze di chi produce sia a quelle di chi acquista, soprattutto in un momento in cui il potere d’acquisto delle famiglie è progressivamente eroso da un contesto economico e geopolitico difficile. In questa prospettiva, evidenzia Frisoli, un altro modo di produrre e consumare non è un’idea astratta, ma un processo molto concreto.

Un’economia di relazioni

«L’economia francescana è prima di tutto economia di relazione», conclude Stefano Frisoli. Ecco che quindi il convegno di Caritas Ticino non vuole solo trasmettere contenuti, ma creare incontri, dialoghi e legami di qualità: dalla pausa caffè al pranzo, fino alla visita all’azienda agricola sociale. Un’occasione di formazione e confronto con il territorio, per mostrare che il cambiamento non è un’utopia lontana: coinvolge ciascuno, anche come consumatore, e può nascere da scelte quotidiane e buone pratiche locali.

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