Rispettare il diritto di richiedere asilo alla frontiera, proteggere i “luoghi sensibili”, favorire coloro che contribuiscono al bene della nazione, tenere insieme le famiglie di immigrati, ripristinare e garantire il giusto processo, fermare l’uso di tattiche per intimidire e creare paura nelle comunità, applicare gli standard di detenzione mostrando comprensione verso i gruppi vulnerabili, finanziare programmi di reinserimento per i deportati: sono gli otto punti lungo i quali si snoda la lettera che diciotto vescovi statunitensi (molti dei quali alla guida di diocesi al confine con il Messico) hanno diffuso il 24 febbraio per ribadire il punto di vista della Chiesa cattolica sulle attuali politiche migratorie e offrire alcune proposte in un momento nel quale il Congresso e l’amministrazione stanno valutando le opzioni per riformare il modo in cui viene condotta l’applicazione delle leggi sull’immigrazione.
Proteggere la dignità e i diritti degli immigrati
I presuli si definiscono «preoccupati per l’impatto delle recenti attività di controllo dell’immigrazione del Dipartimento per la sicurezza interna contro individui e famiglie che non hanno uno status legale nel nostro Paese». Pur riconoscendo il diritto e il dovere di una nazione sovrana di far rispettare le proprie leggi, «crediamo che queste leggi debbano essere osservate in modo da proteggere la dignità e i diritti della persona umana, donati da Dio». La prima delle raccomandazioni è quella di rispettare il diritto di richiedere asilo al confine tra Stati Uniti e Messico, spesso purtroppo negato: tale diritto — scrivono — «è parte integrante del sistema statunitense e internazionale. Negarlo li espone a condizioni e situazioni pericolose, esposti ad abusi da parte di organizzazioni criminali». I vescovi inoltre si oppongono all’arresto e alla detenzione di rifugiati rispettosi della legge che sono stati legalmente ammessi negli Stati Uniti. Altro punto che sta particolarmente a cuore ai vescovi statunitensi è quello di proteggere dalle attività di controllo anti-immigrazione «luoghi sensibili» come chiese, scuole e strutture sanitarie, affinché gli immigrati e le loro famiglie «possano accedere, senza timore, a servizi importanti necessari al loro benessere e alla loro sopravvivenza», poiché pratica religiosa, istruzione e assistenza sanitaria sono protetti dalla legge. E confermano di aver riscontrato che «membri del nostro gregge hanno deciso di non partecipare alla messa o di non accedere ai sacramenti per paura delle attività di controllo». Per i vescovi è «una questione di libertà religiosa, un diritto sancito sia dalla Costituzione degli Stati Uniti sia dai patti internazionali».
La cittadinanza, per uscire dall'ombra
I firmatari puntano il dito sull’uso di espulsioni accelerate, arresti senza mandato o compiuti in tribunale, profilazione razziale, pattugliamenti itineranti e abusi fisici sugli immigrati: tutte pratiche che «andrebbero vietate». Nella lettera anche la raccomandazione di tenere insieme le famiglie di immigrati (per evitare soprattutto traumi ai bambini) consentendo loro, nella misura più ampia possibile, di rimanere insieme negli Stati Uniti. Inoltre a coloro che contribuiscono al bene della nazione e sono rispettosi della legge («la stragrande maggioranza degli immigrati irregolari») dovrebbe essere data l’opportunità di «uscire dall’ombra e ottenere la cittadinanza, diventando membri a pieno titolo della nazione». I vescovi — esortando il governo a contribuire ad attenuare le cause profonde dell’immigrazione irregolare (mancanza di sviluppo economico, degrado climatico, conflitti e insicurezza nei paesi di origine) — offrono la loro collaborazione per «creare un sistema di immigrazione che garantisca la sicurezza pubblica, protegga i diritti umani, promuova la crescita economica e la giustizia e difenda la nostra tradizione di nazione di immigrati».
Vatican News