Trump arriva al WEF di Davos con l’intento di incassare le firme per il suo board of peace, il consiglio di pace per Gaza. Di cosa si tratta e cosa c’è dietro?
Il Consiglio di Pace di Trump e l’assenza europea
La composizione del Consiglio di Pace (Board of Peace) annunciata dal presidente Donald Trump ci riporta alla realtà senza troppi infingimenti. A presiedere il Board sarà lo stesso Trump mentre nella lista dei membri nominati figura una nutrita rappresentanza di amici e parenti, uomini d’affari, responsabili non di primissimo piano di alcuni Paesi arabi, Tony Blair (unico europeo oltre a un manager cipriota), i presidenti della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, e dell‘Argentina, Javier Milei. Per ora nella squadra non è stata convocata alcuna personalità politica europea. Più che una dimenticanza, sembra una scelta.
Il ruolo previsto per il Consiglio di Pace non è secondario. Dovrebbe impartire le direttive politiche dell’azione del Comitato tecnico palestinese, incaricato dell’amministrazione provvisoria della Striscia di Gaza e formato da esponenti palestinesi indipendenti. In sostanza, si tratterà di definire le priorità dell’agenda politica della “fase due” delle intese di stabilizzazione di ottobre, per le quali l’amministrazione americana e Trump personalmente si erano molto spesi. Sicché, il mandato è delicato e la sua attuazione non è scontata.
Un progetto ambiguo e dagli esiti incerti
Il gruppo assemblato da Trump è alquanto variegato, tuttavia è identificabile come emanazione diretta del presidente degli Stati Uniti e del suo approccio molto commerciale e poco politico. Da ultimo arriva anche la strabiliante richiesta di una quota di iscrizione al Board, di un miliardo di dollari, per i governi interessati a una partecipazione più lunga al Consiglio.
Funzionerà? I nodi più difficili da sciogliere restano quelli politici non dei fantasiosi sviluppi immobiliari, che sembrano intravedersi dietro alcune designazioni. D’altra parte, oltre all’assenza (sinora) di europei, colpisce il livello, modesto, dell’impegno degli arabi, quasi una presa di distanza dei Paesi del Golfo. Proprio loro dovrebbero essere i garanti della pace a Gaza sul lato palestinese, in un ruolo speculare a quello che gli Usa si sono impegnati a esercitare su Israele per fermare definitivamente le armi.
L’analisi dell’economista Zamagni ad Avvenire
Sulla faccenda si è pronunciato in queste ore l’economista Zamagni in intervista ad Avvenire. La storia si ripete. «Basterebbe studiarla» ironizza lieve Stefano Zamagni, «per capire che quanto sta avvenendo è già successo negli Stati Uniti in epoche precedenti. La matrice è la stessa: una volta era l’espansionismo, oggi è l’imperialismo. Ma non si tratta di una novità assoluta». Il Consiglio per la Pace messo nero su bianco da Donald Trump smonta in un attimo decenni di ragionamenti su diritto internazionale, rappresentanza delle istituzioni, criteri di democrazia e libertà. Ma questo per Zamagni, che ha presieduto la Pontificia Accademia delle Scienze sociali durante il pontificato di Francesco, è stato soltanto l’avverarsi di fosche previsioni fatte in passato.
«L’istituzione del Board of Peace rappresenta l’ultimo frutto del neocolonialismo americano, che ha messo il mondo nelle mani di un’oligarchia finanziaria e politica» spiega, ricordando alcune date-chiave: il 1823, l’anno della dottrina Monroe e delle sfere di sicurezza; il 1904, con Roosevelt che allargò lo scenario internazionale alle sfere d’influenza; infine il 1929, la Grande Depressione e la successiva introduzione dei dazi. «Non è follia ciò cui assistiamo oggi con Trump – osserva -. È la messa in pratica di un piano culturale chiaro, in cui tutto a questo punto si può comprare. Anche la pace».
Professor Zamagni, con il “Board of Peace” elaborato dalla Casa Bianca nascerebbe un organismo alternativo alle Nazioni Unite. A pagamento, vista la modica cifra di un miliardo richiesta a ogni Paese per entrarvi. E a inviti, visto che il monarca assoluto, l’inquilino della Casa Bianca, si riserva di coinvolgere altri potenti a lui graditi. È l’addio definitivo alle istituzioni internazionali, sostituite da un club per soli Paesi super-ricchi?
È così, eppure mi meraviglia chi lo scopre oggi. Noi ci scandalizziamo per gli effetti, ma non indaghiamo le cause. Trump sta semplicemente applicando su scala globale una vecchia regola di comportamento: tutto è moralmente lecito, a patto che le azioni condotte aumentino l’utilità generale o particolare. È il principio dell’utilitarismo, una teoria contro cui la Chiesa ha da sempre lottato. È l’esatto contrario della matrice cattolica, che ha favorito l’etica delle virtù e ha generato l’economia civile. In pratica: si legittima il perseguimento del proprio interesse come via maestra per ottenere un supposto bene collettivo. Non a caso, Trump non parla di trattati e di regole. Dice «mi conviene». Mi conviene prendermi la Groenlandia, mi conviene ricostruire Gaza e l’Ucraina… Per questo, pensa a comprare e a conquistare. È l’egoismo eretto a politica, che però esercita un fascino ancora più perverso nel momento in cui, come dice Jurgen Habermas, le democrazie occidentali hanno eroso il loro fondamento morale.
Quanto pesa l’incrocio e il conflitto di interesse tra la Casa Bianca e le “Big Tech”, i giganti tecnologici che sono alla base del successo repubblicano, e che detteranno legge verosimilmente anche al Forum di Davos che sta per aprirsi?
Le teste pensanti sono loro. Si sono presi il mondo copiando lo schema autoritario della Cina. Lo fanno da tempo, non da oggi. Il punto è che tanti, tra intellettuali e classi dirigenti, hanno fatto finta di non accorgersene. Molte volte abbiamo ricordato il manifesto programmatico con cui nel 2009 il fondatore di PayPal, Peter Thiel, parlò dell’incompatibilità tra democrazia e capitalismo. È intorno a quel programma che è nata la deriva trumpiana, che ha avuto nel vicepresidente JD Vance uno degli interpreti più spregiudicati. Oggi la sicurezza economica viene prima di tutto per l’America, vista anche la concorrenza della Cina. Fateci caso: l’idea di esportare la democrazia, di cui si parlava ai tempi di George W. Bush nello stesso partito repubblicano, non interessa più.
Il principio base resta quello mercantilistico: tutto si può comprare e tutto si vendere. Anche le persone, non solo le cose. Il principio utilitaristico del resto è nella storia degli Usa: abbiamo forse dimenticato che gli Stati Uniti nell’Ottocento acquistarono la Florida dagli spagnoli e la Louisiana dalla Francia?